Guglielma Ridolfi

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Guglielma Ridolfi ( Cervia 22 - 11- 1908,   5 - 11 - 1989 ), moglie di Fernando Zoffoli è stata mondina in risaia, contadina, albergatrice , grande cuoca e nonna amatissima.

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La nonna Guglielma è nata a Castiglione di Cervia in una famiglia povera. Suo padre Matteo, det Piulina, faceva il birocciaio, la sua mamma Giuseppa era una contadina. Era la seconda di quattro figli. Il primo, Guglielmo, era morto neonato perché la levatrice gli aveva legato male il cordone ombelicale. Poi era nata lei, quindi l’Aurelia (detta comunemente Vreglia) e Nino.

Vivevano in una casina senza il pavimento, un parallelepipedo bianco che sembrava una scatola. Nel piccolo cortile c’erano due alberi di fico, il pozzo per l’acqua e un buco che fungeva da gabinetto.

La Guglielma era intelligente e a scuola era brava. Le sarebbe piaciuto fare la maestra ma i suoi genitori non potevano permettersi i tre anni di collegio a Ravenna che le mancavano per il diploma, così si fermò alla sesta elementare, che ha ripetuto due volte, non perché fosse stata bocciata, ma perché le piaceva tanto andare a scuola.

La sua materia preferita era la matematica mentre era una frana in calligrafia (che allora era una materia scolastica valutata), non riusciva proprio a non fare macchie, tanto che la maestra la chiamava Don Pastrucchio.

E’ sempre stata credente. A dieci anni portò i fratellini in chiesa di sua iniziativa per farli battezzare di nascosto dai genitori. Piulina, che di solito era accomodante, in quell’occasione si arrabbiò moltissimo e le diede un sacco di botte. Ma lei è sempre stata convinta di avere avuto ragione (un tratto del suo carattere che si è mantenuto anche in futuro).

A quattordici anni la sua mamma aveva pensato di mandarla ad imparare il mestiere di sarta. La Guglielma non era affatto d’accordo, si impuntò terribilmente e, piuttosto che dare retta ai suoi, andò a fare la mondina in risaia. Una bella differenza. E una bella testardaggine in una bambina.

In Romagna c’è un detto per questo comportamento: “l’ha fat coma e berr ad Garetta, che par fè rabia al piguri l’ha sbatù la maleta int’i spen (è un detto un po’ greve, non lo traduco, tanto si capisce…). Lei ha fatto proprio come il birro di questo tale Garetta.

Ha sempre detto che i dolori reumatici che l’hanno tormentata per tutta la vita risalgono ai tempi in cui stava a mollo nell’acqua per ore, con le bisce che le si avvolgevano attorno alle gambe. Alla sera le donne la riportavano a casa che dormiva camminando.

Matrimonio riparatore

A diciotto anni, nel corso di una festa in campagna, conobbe Fernando, un ragazzo di Cervia di buona famiglia (il padre era economo all’ospedale), studente. Fu l’amore della sua vita. Rimase incinta senza essere sposata, era minorenne. I genitori la mandarono a Cervia per convincere la famiglia del ragazzo della necessità di farli sposare. Nacque Laura, ma il matrimonio venne celebrato solo un anno dopo, probabilmente quando Fernando raggiunse la maggiore età. La ma’ Iride non è mai stata troppo felice per quella che considerava una mésalliance. Mia madre, Giovanna, nacque undici anni dopo.

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Quelli degli inizi della vita a Cervia furono anni duri: la Guglielma mi ha raccontato che lei era una ragazzina timida (boh, non l’ho mai conosciuta così, per me era una tigre) e si è sentita molto umiliata ad andare a stare a casa della suocera. Oltre che con la suocera, ha dovuto sempre lottare con problemi economici e con le numerose infedeltà del marito.

Ad un certo punto andò a lavorare nel negozio di alimentari della ma’ Iride, che ne aveva due, votati al fallimento. Il suo compito, tra gli altri, era consegnare a Grazia Deledda a giorni alterni una bottiglia di marsala, che la scrittrice premio Nobel apprezzava alquanto.

L’unico effetto duraturo che ebbe questa impresa commerciale fu il nome che rimase impresso alla mia famiglia: Salamini. L’abitudine di affibbiare nomi ironici alle persone è tipica della Romagna, quindi spesso mi sono sentita dire: “Ah! Te t’ cì l’anvoda ad Salamini!” (Tu sei la nipote di Salamini). Noi eravamo i Salamini, mentre gli esponenti della famiglia Ridolfi erano noti a Cervia come i Gévul (i Diavoli, di mestiere “pignaroli”, quindi gran poveracci), ma la Guglielma ha sempre detto che non erano parenti. I Diavoli uomini si chiamavano tutti Mario, il che generava un po’ di confusione.

La Medusa

Un’attività avviata dalla Guglielma con grande gloria ma scarsa fortuna fu l’impresa della pensione Medusa a Milano Marittima.

Negli anni ’50 molti a Cervia divennero albergatori, complice il boom del turismo nella riviera romagnola e i più guadagnarono bene. La Guglielma no, non so perché: forse perché l’affitto della pensione era troppo alto, forse perché non ha mai risparmiato sul mangiare, come le cuoche degne di questo nome.

Alla pensione si mangiava benissimo quindi si era formata una cerchia di affezionati clienti che tornava ogni anno: la signora Rosetta, da Bologna, col marito signor Oreste, che faceva il ferroviere ma sosteneva di essere un agente della CIA, i signori Dunning da Londra, la signora Uranìa, una vecchia sarta greca famosa per non riuscire mai a rispettare gli orari (“la birena”, perde tempo, diceva la nonna; quindi il suo soprannome rimase a vita “birina”, che però in dialetto romagnolo significa anche tacchina). Oltre alla Birina c’era il signor Hu, un cinese proprietario di lavanderie a Milano, con moglie italiana e due figli, Ivo Hu e Silvio Hu (il signor Hu raccoglieva i semi dei papaveri giganti dal giardino della pensione perché diceva che facevano bene per il mal di pancia). Poi c’era un bambino insopportabile detto Umbertino Amore-Tesoro e c’era la famiglia Fiorucci di Milano, composta da genitori, un mucchio di figlie dai nomi strani, tipo Driade, e un figlio, Elio (che poi divenne un famoso imprenditore della moda), che rimase tutto un inverno a casa della Guglielma per riprendersi da una malattia. La famiglia Fiorucci era vegetariana, fatto che per un romagnolo risulta di incomprensibile snobismo. Con loro la Guglielma in cucina non poteva esprimersi al meglio, con le sue lasagne al forno e i suoi mitici cappelletti in brodo che “sembravano ombrelle”, diceva mio nonno con grande apprezzamento.

Nel 1936 Fernando partì militare per la guerra d’Africa; al suo ritorno, nel 1938, nacque la figlia Giovanna, la mia mamma.

La clandestinità

L’avvento del fascismo ha creato grandi difficoltà alla mia famiglia. Il nonno Fafìn, padre di Fernando, era il segretario comunale dei socialisti di Cervia e, poiché rifiutò sempre di prendere la tessera del fascio, finì per perdere il lavoro. I miei erano comunisti. Fernando era stato arrestato da ragazzino perché trovato a scrivere su un muro “W Matteotti”.

Anche la Guglielma era comunista e durante la guerra fece con coraggio la sua parte. Era terrorizzata dai bombardamenti aerei che in centro a Cervia erano frequenti, quindi con la famiglia sfollò a Pinarella. Ciononostante, era coraggiosa su altri versanti. Apparteneva ad una cellula clandestina comunista composta da cinque persone (non di più, perché in caso di cattura i “danni” non sarebbero stati troppo gravi), il cui coordinatore era il medico Max Massini, col quale è rimasta amica per tutta la vita.

A Pinarella ospitò dei ricercati, che di notte venivano nascosti sotto un pagliaio, mentre di giorno vivevano con la famiglia. Erano: Agide Samaritani (detto “Sergio”), Aldo Negrini (lo Zio) e il Professore, del quale non ha mai conosciuto la vera identità. Secondo lei doveva essere ebreo, era un vecchio malandato, per questa ragione dormiva in casa con loro e mangiava i brodini che la nonna faceva apposta per lui.

Quando arrivarono gli americani se ne andò con loro e di lui non si seppe più nulla. Ho ammirato ancora di più mia nonna per questo: la sua generosità si è spinta a rischiare la vita per uno che non sapeva neanche chi fosse, tranne che aveva bisogno di aiuto. Agide Samaritani, “Sergio”, organizzatore della resistenza cervese, divenne senatore e morì giovane. Aldo Negrini, lo Zio, non so dove è andato a finire.

Generosità, anche con il genero

La generosità che è sempre stata una costante del suo carattere non si è esaurita con la fine della guerra. Infatti, nel 1945, aderì ad una campagna dell’UDI, l’unione donne italiane, che organizzava il trasferimento di bambini molto poveri del sud Italia presso famiglie disponibili ad accoglierli per curarli e nutrirli, in attesa che le difficoltà delle famiglie di origine si appianassero. La Guglielma ospitò per un anno una bimba di Colfelice (Frosinone), figlia di un invalido e di un’acquaiola: la mamma vendeva acqua e limone alla stazione ferroviaria.

Questa bimba aveva sei anni, uno in meno della Giovanna, e si chiamava Bottone Franceschina, ribattezzata subito Checca. Era una bambina buonissima, timida e molto spaventata. Quando arrivò era lercia. Allora la Guglielma pensò bene di attivare Renato, il portatore d’ acqua (pochi avevano l’acqua corrente in casa, così c’era questo ragazzo un po’ sciocco che andava in giro per Cervia con i secchi pieni, il cui peso gli aveva allungato le braccia fino alle ginocchia), che le riempisse un mastello per lavare la bambina. Quando la piccola vide il mastello fumante cominciò a piangere disperatamente. Mia nonna non riusciva a capire cosa avesse. Dopo molti tentativi di spiegazione la bambina tra i singhiozzi chiarì: “Aaaahhhh! Lu prite dicitte che voi comunisti con i bambini facite lu sapone!”. Insomma, non ci fu verso di farle il bagno finché anche la Giovanna non entrò nel mastello, così poi le bimbe fecero il bagno insieme.

Da bambina, quando ascoltavo questa storia, mi indignavo e mi chiedevo perché non glielo dava “lu prite” il pane alla Franceschina, invece di offendere a distanza persone buone come i miei nonni senza neanche conoscerle. I miei nonni non avevano niente, neppure un letto per lei, infatti la Checca dormiva con mia mamma. Mia nonna le metteva gli stessi vestiti della figlia e a scuola le mandava tutte e due dalle suore (alla faccia di “lu prite”), ognuna con un ciocco di legno per scaldare l’aula. Franceschina era un angelo e tutte le mattine le suore le facevano mettere una perla davanti alla statua della Madonna. Mia mamma non era un angelo e spesso e volentieri le suore la obbligavano ad infilzare il cuore di Gesù fatto di panno rosso con uno spillo. Ma questa è un’altra storia.

Mia zia Laura si sposò nel 1948 con un giornalista milanese dell’Unità, Giuseppe Boffa (lo zio Beppe), che divenne poi noto storico dell’Unione Sovietica e quindi senatore del PCI.

Anche in questo caso l’incontro fu favorito dalla generosità della nonna che si offrì di ospitare questo giovane partigiano male in arnese (“L’aveva al pezi int’ e cul”, le pezze al culo) e sofferente per una polmonite, per vedere se gli giovava l’aria di mare. Veniva a curarlo la dottoressa Gervasi, che gli portava anche le uova fresche.

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A Parigi e Mosca

Quando, dopo il matrimonio, la zia Laura e lo zio Beppe se ne andarono in giro per il mondo ad incontrare capi di stato, la Guglielma era inconsolabile, piangeva sempre a tavola guardando il posto vuoto lasciato dalla figlia. Fernando, esaurito, le diceva: “Mo smetla un po’, Guglielma, c’an in putem piò. Dat pèsa” (smettila un po’, Guglielma, che non ne possiamo più, datti pace).

Dat pèsa era una frase che mio nonno le ripeteva spesso.

Comunque, il matrimonio della zia pose fine a tutto il via vai di spasimanti (i “filarini”) che tenevano occupata la nonna con le loro intemperanze. La zia era bellissima, quindi mieteva molte vittime che in alcuni casi dovevano essere gestite dalla Guglielma. C’era un soldato australiano, Raymond, detto Raimondo-il-più-bello-del-mondo, che non si capacitava del perché mia zia non lo volesse. Una sera, forse era un po’ brillo, venne a piangere rumorosamente sotto le finestre dell’amata, facendo un gran baccano. La Guglielma lo inondò con un secchio di acqua gelata (ricordarsi di chiamare Renato) ma ciò non servì a smorzargli i bollenti spiriti. Intatti Raimondo si posizionò dall’altra parte della strada dicendo: “Tu qui non comandare, io stare quanto volere”, continuando a lamentarsi e a fare confusione.

Un'altra volta la nonna era molto preoccupata perché l’arrivo dello zio Beppe aveva posto fine al fidanzamento della zia con un bell’ aviatore napoletano. Costui, da gentiluomo del sud quale è sempre stato, continuava a inviare fiori e cioccolatini che mandavano in visibilio mia mamma (a casa non giravano tante leccornie). Ma la nonna li gettava regolarmente nella pattumiera presumendo che fossero avvelenati.

Come se non bastasse, non faceva uscire mia zia perché aveva paura che l’innamorato respinto, essendo napoletano, le facesse “u’ sfriggiu”, per deturparle il bel volto.

La Guglielma ha sempre avuto un temperamento melodrammatico.

I figli di Laura nacquero in giro per il mondo: Massimo a Parigi e Sandro a Mosca. In entrambi i casi la Guglielma si recò a conoscere i nipoti. Quando andò a Parigi si portò dietro la figlia più piccola, Giovanna, e una montagna di provviste di vario genere per affrontare il viaggio in treno. Appena si addormentò, la Giovanna, che allora aveva 12 anni, pensò bene di scolarsi una bottiglia di vov artigianale (inquietante liquore all’uovo fatto in casa la cui utilità in viaggio rimane piuttosto misteriosa) e ad ubriacarsi fino a star male. Anche il viaggio di ritorno non fu privo di avventure: con grande circospezione e indicandolo col dito Giovanna avvisò la Guglielma che c’era “un signore che mi fa vedere l’ombelico”. Con strepiti e ruggiti la Guglielma lo inseguì per tutto il treno.

A Parigi rimase più di un mese. Raccontò che Beppe la portò alle Folies Bergère dove rimase allibita, più che scandalizzata, dall’esposizione di culi al vento (una roba che a Castiglione di Cervia nei primi anni ‘50 non si poteva neanche immaginare). “Mo’, tott chi cul…c’al burdèli agli andeva in zir cun toti al ciapi fora”. (Tutti quei sederi… quelle ragazze andavano in giro con tutte le chiappe fuori).

A Mosca invece andò con lo zio Beppe, intraprendendo un viaggio avventuroso su un aereo ad elica. A causa di una tempesta l’aereo fu costretto ad atterrare a Stoccolma, dove i passeggeri dovevano essere sistemati per la notte, le donne separate dagli uomini. Il caso ha voluto che lei fosse sistemata in albergo con la moglie dell’ambasciatore italiano a Mosca. Essendo una donna semplice, la Guglielma apprese la notizia con orrore (e forse anche la stessa ambasciatrice), quindi propose alla compagnia aerea di dividere la sua camera con Beppe, col quale era a proprio agio.

L’ambasciatrice accolse la notizia come un attestato di gran riguardo verso di lei (e con probabile sollievo) così invitò la Guglielma a pranzo in ambasciata, una volta giunte a destinazione. Inutile dire che non ci andò: al suo posto andarono Laura e Beppe.

Anche in questa occasione del viaggio a Mosca Beppe pensò bene di condurre la Guglielma a teatro: andarono a vedere Galina Ulanova che danzava nel Lago dei cigni al Bolshoj (beati loro). Forse complice il terribile freddo russo cui non era abituata, alla Guglielma scappava “una gran piseda”, una gran pipì. Ma, ahilei, in Russia vigeva l’abitudine di chiudere le persone a chiave dentro il palco per non arrecare disturbo alla rappresentazione (un’abitudine, questa di chiudere a chiave la gente, che evidentemente in Russia si praticava a tutti i livelli senza problemi). Diciamo che per tutto il primo atto non riuscì a godersi lo spettacolo.

Comunque, alla peggio, non penso si sarebbe fatta troppi problemi. Una volta che era andata a trovare la figlia a Roma, e spinta dal medesimo bisogno, non esitò a liberarsi dietro il colonnato di piazza San Pietro.

Il nonno era rimasto in Italia. Abitualmente usciva tutte le sere per recarsi al bar o ad incontri galanti, ma la Guglielma non si perdeva d’animo e usciva anche lei: andava al cinema a vedere i film di Fred Astaire o di Esther Williams con la Giovanna, dopo di che passeggiavano per il viale Roma gustando una granatina.

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Spiriti e santi

Altrimenti si trovava a casa con le amiche a lavorare a maglia e a chiacchierare in compagnia. A mia mamma piaceva molto addormentarsi al suono delle voci delle donne intente a sferruzzare.

La Guglielma era bravissima con i ferri ed era fiera di avermi insegnato ad usarli (“L’è piò brèva ca ne me”, è più brava di me, non era vero ma lo diceva ugualmente).

Le donne venivano anche per farsi le carte o chiedere dei vaticini. Infatti la nonna aveva il “dono” dei poteri divinatori, faceva il pendolino, leggeva i fondi del caffè ed evocava gli spiriti.

Non so come ciò si conciliasse con la sua religiosità. Suppongo che se si crede fermamente che qualcuno in grado di camminare sulle acque possa apostrofare un morto dicendogli “alzati e cammina” e questo se ne vada poi per i fatti suoi, allora in questo caso si possa anche credere di richiamare dall’al di là un caro estinto per chiedergli come se la passa.

Fatto sta che una volta era impegnata a sollecitare uno spirito attraverso il famigerato tavolino a tre gambe. Di fronte a testimoni il tavolino ha cominciato a traballare, è uscito dalla porta ed è rotolato dalle scale correndole dietro.

Non so cosa dire. Io non c’ero. Comunque la nonna fece voto alla Madonna di lasciare in pace i morti e smise da un giorno all’altro tutte le sue patiche magiche. Però amava interpretare i sogni e temeva le anime del purgatorio che si manifestavano sotto le sembianze di un cane nero (generico) quando erano scontente.

Divenne una fervente devota alla Madonna di Pompei, al cui santuario per tutta la vita ha fatto offerte. Era convinta che le orfanelle pregassero per tutta la sua famiglia. A noi distribuiva i santini della Vergine Maria e del beato Bartolo Longo, chiunque fosse, allo scopo di proteggerci, di portarci fortuna e di farci superare gli esami a scuola.

Probabilmente sono rimasta condizionata, perché io stessa ho dato ai miei figli i santini della Madonna di Pompei. Uno di loro, agnostico e spirito libero, ce l’ha senza saperlo, poiché gliel’ho nascosto nel cassetto della biancheria.

Ecco dove porta la superstizione.

Le amiche del "cuore in pancia"

La Guglielma ha sempre avuto delle amiche che la venivano a trovare a casa tutti i pomeriggi, anche se non indulgeva più in attività così interessanti.

Io mi ricordo la Guglielma Di Là (per distinguerla dalla Guglielma Di Qua), una dolce signora di Castiglione come la nonna che di mestiere aveva fatto la bidella alle medie, l’Irma, buffa, chiacchierona e sconsiderata, la zia Marcella e la Lina, sua cugina, una specie di impiastro lamentoso e querulo, costantemente oppressa dalle malattie più strane. Era affetta dal “ventricolo”, cioè quando il cuore batte nella pancia, da una stitichezza perniciosa pubblicamente descritta in tutte le sue varianti e dal “rispìr”, il respiro, una specie di asma perenne ed irrimediabile dall’eziologia oscura che curava con suffumigi dall’odore nauseante che portava sempre con sé in una specie di scaldino. Ho spesso pensato che quei miasmi, il cui odore non somigliava a nulla di conosciuto, arrivassero direttamente dalle caldaie di messer Satanasso. Probabilmente erano quelli l’origine del “rispìr”.

A proposito di “rispìr”, c’era un’altra vecchia che ogni tanto frequentava la casa della nonna: la Ida ad Brindòn (credo che Brindone fosse suo marito, poveraccio). Una volta il dottore le aveva detto: “Trattenga il respiro” e lei sosteneva che dopo non si era più messa in pari. Quindi soffriva di respiro dispari.

Questa cerchia femminile era interrotta da Bruno, il marito della Lina, che sedeva in un angolo in silenzio, stato in cui è rimasto fino alla morte, e Pio, un vecchio vedovo desideroso di accasarsi nuovamente. Avrebbe gradito sposarsi indifferentemente con la zia Marcella o la Guglielma Di Là ma non gli è andata bene.

Queste donne parlavano un po’ di tutto. Quando c’era l’Irma imperversavano i pettegolezzi, con la Guglielma Di Là si parlava di nipoti, con la Lina si affrontavano temi di politica o di attualità, oltre che di malattie.

Curiosamente, ho sentito parlare di AIDS la prima volta da loro. La Lina diceva che era stata scoperta una malattia che colpiva soprattutto gli omosessuali (lei ha usato un’espressione dialettale un po’ più colorita) e nessuno le credeva, soprattutto perché l’argomento “malattie” affrontato dalla Lina non aveva esattamente una patente di scientificità.

Va’ là, Lina!

“Sé, av degh, ui è scret int l’Unitè”, sì vi dico, è scritto sull’Unità, che per lei era una bibbia. Sembrava una notizia tipo “Esplode un maiale, ferito il contadino”. E invece.

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I 5 nipoti

La nonna è stata un personaggio molto importante nella mia vita, sempre presente e partecipe, a volte anche troppo.

Eravamo cinque nipoti: due figli della zia Laura (Massimo e Sandro) e tre noi, figli della Giovanna (io e i miei due fratelli minori, Paolo e Luca).

La Guglielma amava Massimo a prescindere, perché era stato” il primo a chiamarla nonna”. Amava Sandro perché lui l’adorava e lei lo intuiva, anche se ogni tanto, raramente, lo prendeva a legnate col manico della scopa. Amava Paolo nonostante il suo caratterino perché era convinta che assomigliasse a lei. Lo chiamava “ragagnìn”, piccolo uragano, quando era in buona e “rapluto”, qualsiasi cosa fosse, quando si arrabbiava. Amava Luca, perché era impossibile non amarlo. Lui si meritava l’appellativo di “paldimòn” perché da piccolo era un po’ goffo.

Amava me? Sicuramente. Ma è altrettanto sicuro che io ero la più ostica dei suoi nipoti. Ci dicevano che io e lei eravamo come il cane e il gatto, soprattutto per il mio vizio di dire sempre quello che pensavo, fosse il caso o no. Se era ben disposta si limitava a liquidarmi con “avuchèta”, altrimenti se si spazientiva mi chiamava “lengua sacrelega”. Quando in casa scoppiava una baruffa infantile mi accusava di essere “la preda de scandul”, la pietra dello scandalo, citazione biblica secondo la quale, in occasione delle lapidazioni, colui che scaglia la prima pietra è un testimone diretto del delitto. Quindi in sostanza, io c’entravo, sempre.

T’ cì sempra te la preda de scandul! e si levava una ciabatta per suonarmi o tirarmela dietro, a seconda dei casi.

Eppure, tutta la mia infanzia è stata scandita da lei. Poiché mia madre lavorava, era lei a mandarci a scuola puliti e pettinati (mi faceva delle trecce tanto strette che mi faceva male la testa un giorno intero), con un mandarino nella cartella. Al ritorno trovavamo i suoi manicaretti nel piatto.

Il pomeriggio mi aiutava con la matematica e, dato che scrivevo ancora col pennino e la cannetta, mi aveva cucito un nettapenne di panno scozzese con un bottoncino rosso.

Mi dava per merenda il pane con l’olio e il sale.

Mi faceva i vestiti e le maglie coi ferri. Ai miei fratelli aveva fatto delle camicie usando della vecchia stoffa a fiori. Erano gli anni ’60, quindi tutto ok.

Nonostante non avessimo da scialare ci comprava giocattoli e fumetti, Topolino tutte le settimane, Tiramolla, il gatto Felix e nonna Abelarda, che era energica come lei.

La domenica mattina era vietato poltrire a letto: dovevo aiutarla a chiudere i cappelletti o mescolare la besciamella o la zuppa inglese. Come premio potevo raschiare il tegame.

Se dovevo grattugiare il parmigiano mi ordinava: “Fes-cia!”, fischia! per impedirmi di riempirmene la bocca.

A me piaceva molto stare in cucina con lei: ho imparato a fare la pasta in casa e un sacco di altre cose buone. La domenica sera facevamo insieme la piadina: l’ultimo pezzo di impasto era tutto per me per potermi preparare la mia piadina personale.

Cucinava il miglior brodetto di pesce della città, tanto che spesso qualcuno glielo chiedeva per fare bella figura in occasioni speciali. Ricordo con raccapriccio quando preparava i buratelli in umido (le anguille). Quando tagliava loro la testa quelle povere bestie continuavano a divincolarsi e strisciare per tutta la cucina tra schizzi di sangue annacquato. Io strillavo, scappavo e la chiudevo dentro a vedersela da sola con quel carnaio. Dal lavello i buratelli decapitati saltavano sotto il tavolo: a pensarci mi vengono ancora i brividi.

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Gli animali

La Guglielma detestava gli animali, che per lei avevano ragione di esistere solo se tiravano un carretto o finivano in padella. Perdere tempo ad allevare una bestia solo per goderne la compagnia era non solo inutile ma insensato.

Ovviamente, a me invece piacevano molto cani, gatti, piccioni e conigli. Non solo. Li raccattavo quando vagavano per strada e li portavo a casa facendola disperare.

In questo collaboravano anche i miei genitori. Una sera mio padre portò a casa una coppia di piccioni dal cravattino bianco che scagazzavano dappertutto. A loro è andata bene: sono finiti al parco naturale. Un’altra volta mia madre trovò un cucciolo chiuso in una scatola da scarpe. L’aveva sentito uggiolare da dentro un bidone dell’immondizia. Lo adoravo. Da adulto ha cominciato a morsicare le amiche della nonna e l’idraulico quindi è stato soppresso. Quando ci penso soffro ancora.

Ho raccolto non so mai quanti gatti che un bel giorno sparivano nel nulla. Erano i famigerati “gattini girandoloni”. Quando cercavo il gatto di turno senza trovarlo mia nonna diceva che era un “gattino girandolone”, la cui natura era andarsene a zonzo senza fermarsi presso nessuna casa. Doveva essere molto convincente, perché io ci ho creduto fino a quando una vicina di casa particolarmente maligna mi ha detto che la nonna affidava gli sventurati animali a suo marito per disperderli presso lo zuccherificio di Classe dove lavorava.

Ricordo che dopo un attimo di sgomento iniziale non me la sono neanche presa più di tanto, forse in cuor mio sospettavo già una cosa del genere. Comunque ho smesso di raccogliere animali. L’unica gatta che le ha resistito è stata Saudade (Nostalgia in portoghese), subito ribattezzata Sadaccia, un capriccioso felino nero rifilatole da mio cugino Massimo con preghiera di curarglielo fino al suo ritorno da non so dove. Sadaccia è rimasta a casa della nonna per diciotto anni. In effetti, si è trattato di uno stratagemma piuttosto abile: farle credere che la presenza dell’insopportabile quadrupede fosse una seccatura temporanea e transitoria. In questo modo l’ha scampata, nonostante fosse bizzosa, lunatica e viziata e scodellasse gattini ogni due mesi. Bisognava chiamarla Nemesi.

La politica

La Guglielma, tra tante qualità, aveva anche dei difetti. Ad esempio, era intollerante, soprattutto per quanto concerneva le opinioni politiche.

E’ sempre stata iscritta al PCI e consapevole dei diritti delle donne: il fatto che le donne fossero escluse dal voto le sembrava un’enormità ed un’ingiustizia.

La prima volta che votò alle politiche (1948) aveva quarant’anni e per lei fu una grande conquista (al di là dei risultati elettorali profondamente deludenti).

Per questa ragione ha sempre considerato il giorno delle elezioni una festa. Si recava ai seggi la domenica mattina col vestito bello e il rossetto. Il giorno prima si faceva la messa in piega.

Noi tre nipoti l’accompagnavamo, come Qui Quo e Qua dietro nonna Papera, per assistere al suo trionfo: il deposito del voto nell’urna.

In quel momento si sentiva indispensabile, portava la sua goccia d’acqua al mare da cui sarebbe sorto il sol dell’avvenire.

La festa non finiva qui. Continuava anche ad urne chiuse in sede di spoglio. Allora la Guglielma si piazzava ai seggi e commentava ogni singolo voto ad alta voce.

“Ui è zencv voti par Almirante. I sarà stè gli Alfieri, chi è tott fasesta” (ci sono cinque voti per Almirante, saranno degli Alfieri, che sono tutti fascisti)

“Signora, faccia silenzio!” frase che le veniva rivolta spesso, soprattutto quando venivano conteggiati i voti dei socialisti.

“Delinquent, morammazzé! Chi s’afughess tott!” (che si affogassero tutti). Questa uscita sui socialisti facevo fatica a capirla: erano il partito di Nenni e Pertini, di Turati e di Anna Kuliscioff che nella mia famiglia erano molto considerati. In seguito ho capito, non tollerava il craxismo e non perdonò mai i fischi ad Enrico Berlinguer.

Mentre con i socialisti era furiosa, con i democristiani (i “mazzacristiani”) era in qualche modo condiscendente, poiché loro erano i nemici naturali, gli antagonisti, quasi tutti corrotti, approfittatori ed imbroglioni (tranne Zaccagnini che era stato partigiano). Verso di loro scattava la presa in giro, la burla, poiché si richiamavano nel nome e nel simbolo a Cristo ma si comportavano come i ladroni.

Tutt’al più si beccavano la filastrocca che a casa mia si meritavano tutti i baciapile e i sepolcri imbiancati:

Al savìv i mi burdell quel chi ha fat i squaciarell?

I ha fundè una societè ched quaresma i vo balè.

Par paghè i sunadùr i ha vindù tott i signùr.

Par paghè da bé c’al doni i ha vindù toti al madoni.

Lo sapete, ragazzi miei, quello che hanno fatto gli “squaciarelli”? hanno fondato una società per ballare durante la quaresima. Per pagare i suonatori hanno venduto tutti i signori, per pagare da bere a quelle donne hanno venduto tutte le madonne.

“Squaciarelli” è una brutta parola.

Miracoli

La Guglielma era malata di cuore. Verso la fine della sua vita entrava ed usciva dagli ospedali. Io mi spaventavo molto perché la conoscevo come una donna fortissima e non sopportavo di vederla malata e soprattutto spaventata.

Poi si rimetteva e tornava quella di sempre. Le ho fatto spesso compagnia, dormendo da lei oppure guardando montagne di telenovelas, che mi divertivano molto, anche se non lo avrei ammesso neppure sotto tortura. Dopo aver assistito ad una puntata ci lanciavamo in mille congetture, parlando dei personaggi come se fossero figure familiari (com’è buona la signora Ester, quale sarà la prossima strampalata attività del signor Alberico, Yolanda è cattivissima ma alla fine pagherà il fio), oppure trovavamo delle somiglianze (il signor Manoel l’ha un col tort cum pè Lucheghi, il signor Manoel ha un collo storto che mi sembra Lucheghi, personaggio cervese famoso per il torcicollo cronico).

La nonna pregava spesso per avere la grazia della “buona morte” e l’ha avuta. E’ morta per strada senza rendersene conto, andandosene a fare un giretto. Io ero dall’altra parte della terra, nello Sri Lanka. Nell’ora in cui è mancata mi è apparsa in sogno, cosa che mi ha confermato che era “magica”.

A parte le magie vere o presunte che era capace di compiere e di cui ho già parlato, durante le giornate della Guglielma c’erano altre piccole magie:

Fermava i temporali gettando dalla finestra la palma benedetta (che essendo riciclabile veniva recuperata per utilizzarla la volta dopo).

Quando ci tagliava le unghie o i capelli li distruggeva per evitare che qualcuno potesse farci il malocchio.

Trovava gli oggetti smarriti recitando il Padre Nostro doppio.

Diceva che c’era un folletto, il Mazapegul, con il berrettino rosso che si sedeva sul petto delle donne addormentate per non farle respirare e che faceva la treccia alla coda dei cavalli.

Baciava il pane prima di buttarlo (nel raro caso che avanzasse) perché questa azione costituiva un peccato mortale.

Credeva nei miracoli.

Ma forse il miracolo più grande è stato avere una nonna così.

(Silvia Seveso)

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"Faccio l'amore con la più bella di Castiglione", diceva mio padre quando corteggiava la Guglielma.

Ero già nata, quando si sposarono, poco meno che ventenni. Nonostante la sua beltà non è mai riuscita ad avere il marito tutto per sé, e ogni volta che pensava di esser stata tradita se la prendeva con me: "se non c'eri tu non l'avrei sposato!".

Ma lo amava molto. Era una donna fiera, non si tratteneva dal dire la propria opinione. Visto che il marito era disoccupato, aveva ottenuto la portineria dell'ospedale dove prima lavorava il suocero.

Nonostante le ristrettezze in cui viveva non ebbe un attimo di esitazione quando Tugnini, uno dei più ricchi di Cervia, andò a trovarla per chiederle la mia mano. L'aveva fatta grossa, mi aveva schiaffeggiata all'uscita del cinema, davanti a tutti , perché ero in compagnia di un altro ragazzo. Ne parlava tutta Cervia. Era uno scandalo. Lui mi voleva bene e voleva anche riparare. La Guglielma non ci pensò un attimo : "Lasci stare. E un'altra volta schiaffeggi sua sorella!".

Quando mio marito diventò corrispondente per L'Unità da Parigi, Guglielma trovò la nascita di mio figlio Massimo un buon motivo per raggiungerci. Era molto curiosa e le piaceva viaggiare. Eravamo in un piccolo studio a Montmartre e si organizzò con un materasso gonfiabile, a terra, in bagno, , mentre mia sorella Giovanna, 11 anni, dormiva dentro la vasca.

E venne pure a Mosca, alla nascita di Sandro. Restò un mese e non perse un balletto al Bolshioy.

Assieme alla suocera Iride gestì una pensione a Milano Marittima, "La perla verde", e poi si mise in proprio (in affitto) con la pensione Medusa, sempre a Milano Marittima, sul mare. Era brava. Si occupava di tutto. Era una grande cuoca, buona allieva dell'Iride. Leggendari erano i suoi brodetti di pesce, che preparava meticolosamente, andando fino a Cesenatico a comprare la materia prima.

Ritiratasi, ha vissuto felicemente nella casa di Cervia vedendo crescere i cinque nipoti, dai quali è stata molto amata. Alla fine la vera capofamiglia è stata lei. Ormai vedova da dieci anni, si è spenta per infarto a 81 anni. Era molto devota, nonostante il padre, molto anticlericale, l'avesse picchiata quando, all'età di dieci anni, aveva fatto battezzare di nascosto i suoi fratelli, Aurelia e Nino. "Adess a stag propi ben", diceva uscendo di chiesa, dopo aver ricevuto la comunione.

(Laura Zoffoli)



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Famiglia

Con il marito e le figlie

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Genitori

Fratelli

Marito

Figli

Giovanna Dondini

--Alex (talk) 14:46, 12 April 2013 (PDT)