Iride Plazzi
Iride Plazzi , moglie di Giuseppe "Fafin" Zoffoli ,era una cuoca, casalinga, balia, allevatrice di bachi da seta, albergatrice, meravigliosa narratrice di favole e molto altro.
Nata in una famiglia numerosa, il padre Enrico, la mamma (la famosa nonna Esterina, una delle donne più belle di Cervia, amante del conte), un mucchio di sorelle (proviamo: la zia Maria, la zia Giovanna, l’Aurelia, la Gigia e poi?, un fratello, Luigi e un fratellastro, Mariano, figlio della cameriera e riconosciuto dal nonno Luigi sul letto di morte. Poi aveva un fratello che si chiamava Emilio e che è morto a ventidue anni in mare. Durante una tempesta la barca disalberò e l’albero gli cadde sulla testa.
Per Natale i fratelli appendevano le calzette al camino e lei pensando di essere furba, appendeva quelle lunghe per trovare più dolci. Invece raccontò che, mentre i fratelli trovarono cose buone da mangiare, la sua calzona era piena di patate e carbone.
Il matrimonio con Fafìn fu combinato dal padre e da Fafìn che era più grande di lei, entrambi socialisti. Il padre Enrico le portò a casa il fidanzato quando aveva solo quattordici anni ed era in cima ad un pero a raccogliere le pere. Si sposarono presto perché, come raccontava lei “ lò um aveva rott e gambìl”. Io per molto tempo ho creduto che le avesse strappato il grembiale dove aveva raccolto le pere, così mi aveva fatto credere, era una volpe ad evitare le domande imbarazzanti, e mi chiedevo perché mai dovesse per forza sposarsi dopo un gesto tanto antipatico.
Prima di Fernando ha avuto due maschietti morti piccoli, entrambi di nome Arturo, un nome sfigato, a voler ben vedere. Per fortuna che dopo ha cambiato nome.
Poiché Fernando era nato con il piede cavallino, le occorrevano i soldi per farlo operare a Bologna al Rizzoli, perché non restasse zoppo. Per questa ragione allevò i bachi da seta e tenne a balia un bambino, Vincenzo, che da grande diventò prete. I due fratelli di latte erano affezionati, fu don Vizenz a sposare Uber e la figlia di Fernando Giovanna. Lo fece operare che aveva quattro anni, andarono a Bologna e Fernando guarì perfettamente, diventando un gran nuotatore (coppa Ramazzotti) e calciatore del Cervia (mezzala, maglia n.8).
Mi pare che fu in quel periodo che la ma’ Iride prese in casa la Marcella, figlia del fratello Luigi emigrato in America, a New York. La Marcella era del 1904, aveva tre anni più di Fernando.. L’Iride guadagnava cucinando in casa per i ragionieri della banca che a mezzogiorno andavano da lei. Durante la guerra un tedesco voleva requisirle la stufa, che usava per guadagnarsi da vivere, ma lei ha fatto un casino tale tirandogli le pentole giù dalle scale che ha prontamente desistito.
L’Iride era una donna forte che non aveva paura di niente, tranne che dei topi di cui aveva un sacro terrore. Quando ne vedeva uno zompava su una sedia come un razzo, nonostante gli anni, con degli strilli che la sentiva tutta la piazzetta. Se avesse saputo che nel suo letto, tra i due materassi, una topa ne aveva scodellato una nidiata…per questa ragione teneva dei gatti che si chiamavano tutti Cècio. Erano rossi, grassi e pigri. Mangiavano troppo bene e i topi gli facevano un baffo. Uno dei Cèci aveva persino imparato a tirar fuori dalla pentola in bollore sul fuoco la carne da brodo. L’ultimo Cècio l’ha ereditato la Rina, quella della bottega di alimentari. Era bianco e nero, ma sempre grasso e pigro, lo ricordo benissimo. Aveva la pessima abitudine di pisciare sui piedi delle persone che andavano a trovare la nonna.
A proposito di piazzetta, l’Iride sedeva su una sedia sulla porta di casa e imparava i fatti e i pettegolezzi del quartiere. Il figlio Nando si divertiva a prenderla in giro nel suo modo così simpatico e sornione: “Tal sé, ma’, che a e prit u i è vnudi al monghi int la gamba ad legn?” Lo sai mamma che al prete sono venuti i geloni nella gamba di legno? Oppure: “stamatena a e bsdèl l’è vnu e prit, l’è casc dl’altèr gend la messa e u s’è rot una gamba.” Lei lo raccontava in giro e poi si arrabbiava perché veniva fuori che non era vero.
Albergatrice e cuoca sopraffina
Dopo la guerra affittò una pensione a Milano Marittima, prima la pensione Iride, poi la Perla Verde, ribattezzata Parletta. Cucinava in maniera sopraffina, ma doveva risparmiare sul personale così assumeva delle sceme di campagna che costavano meno. Due sono diventate proverbiali in casa nostra: Spremuto e Lambrodo. Spremuto era soprannominata così perché era gialla come un limone e chiedeva ai clienti della pensione se preferivano la minestra in brodo o il riso “sotto” (e ris sot , asciutto, detto in italiano). Una volta un commensale ha detto che lo preferiva sopra (intendendo la tavola). Lambrodo invece era stata soprannominata così perché una volta l’ Iride la sorprese a fare il brodo con la gallina intera con le interiora e tutto, e quando lavava i piatti si perdeva a fare cic ciac con le mani giocando con l’acqua sporca. Lambrodo è diventata una parola di lessico familiare: in casa nostra indica il brodo fatto col dado o una qualsiasi minestra di brodaglia veloce ( stasera vi faccio un po’ di lambrodo con la pastina, vi va? In genere la risposta è sì, non si discute).
Credo che Fafìn alla Parletta non alzasse un dito per aiutarla. Con la pensione non si è mai arricchita, a differenza di sua sorella Aurelia che con l’hotel Aurelia ha fatto dei bei soldini.( Ai tempi contendeva la palma di miglior albergo di Milano Marittima al Mare Pineta). Probabilmente la ma’ Iride non lesinava sul mangiare, come tutte le grandi cuoche, e voleva sempre gli ingredienti migliori, e questi costavano. Era il terrore dei pescivendoli, se il pesce non era più che fresco faceva delle gran piazzate, lo tirava via e diceva “Quest pu ta te magn te”.
La sua trippa era famosa in tutta Cervia, ma lei non ha mai voluto dare la sua ricetta a nessuno. Così se l’è portata nella tomba con lei. Chissà perché.
I ragionieri se li è tenuti per un bel pezzo come dozzinanti, cucinava per loro che era già vecchia. Un pensionato vedovo tornato a Cervia da Milano l’ha chiesta in moglie che lei aveva più di ottant’anni, ma lei non ne ha voluto sapere perché “l’è trop vècc” (lui, non lei). Nessuno in famiglia avrebbe avuto da ridire, ma lei diceva: “an ho miga voja d’avé in zir par ca’ un vècc da badè”.
Fafìn le faceva le corna e quando lei si arrabbiava si nascondeva in cantina sotto un tino o si arrotolava in una stuoia.
Le piaceva vestirsi bene e ben figurare. Raccontava che era andata all’inaugurazione di Milano Marittima nel 1912 a bordo di una carrozza di non so quale autorità. Si era messa una veletta. Alla festa in pineta ha esagerato con la ciambella e l’albana dolce e si è ubriacata. L’hanno raccolta da terra per portarla a casa.” Am so’ sturgheda parchè um zireva tott”. Fine delle manie di grandezza.
Favole straordinarie
Raccontava favole straordinarie, con tutti i particolari del vestito del principe o delle meraviglie del palazzo, con la magia o l’umorismo e le rime, pure.'
Tra le favole che io ricordo perché gliele facevo ripetere fino all’esaurimento e che ascoltavo davvero rapita a bocca aperta c’era quella di Zvan Bonzvan e della Bettina che si alza di buon ora credendo fosse festa e invece si lavora. Sotto il portico della piazza Zvan Bonzvan le fa vedere tutti i suoi strumenti, non solo, ma glieli suona anche, dopo di che doveva sposarsi la Bettina di gran carriera. Ma perché doveva sposarsi la Bettina dopo aver suonato gli strumenti, nonna? “Perché una volta si usava così”. Ma che strumento suonava Giovanni Bongiovanni? “La tromba”. Ho capito solo molti anni dopo.
La Bettina era una moglie disastrosa e giù con i particolari: conservava la pettinina dei pidocchi nella zuccheriera, offriva ai parenti di Zvan Bonzvan le noci mischiate con le bucce, non ricordo più cosa metteva nel vaso da notte. Zvan Bonzvan era stufo della Bettina ma ecco che per aiutarla arrivano le sue “zie”, in realtà delle fate. Una aveva gli occhi fuori dalla testa che li teneva su con un forcale, un’altra aveva un pollice tanto grande che lo portava in giro in una sporta, la terza aveva un labbro inferiore tanto sporgente che lo teneva su con un bastone. “ Ma come sono brutte le tue zie, Bettina”, diceva Zvan Bonzvan e chiedeva con circospezione alle zie come mai una aveva quegli occhi lì, eccetera. La zia degli occhi diceva “Me li sono cavati dalla testa a furia di sforzarli per infilare il filo nell’ago”. La zia del dito diceva “me lo sono tirato troppo a furia di girare il fuso per filare la lana”. La zia del labbro diceva “E’ stato a furia di assaggiare il brodo”. In una versione più vecchia della favola la deformità della “zia” dipendeva dai gesti compiuti per filare la lana. Così Zvan Bonzvan impone alla Bettina di non lavorare per evitare che diventasse anche lei cosi brutta.
Poi c’era quella del principe biscione, che un incantesimo ha ridotto in fondo al mare in un palazzo di cristallo (particolari). Di giorno è un biscione marino con le scaglie (altri particolari), di notte, quando tutti dormono, si sfila la pelle e si trasforma in un bellissimo principe vestito d’oro (particolari). Un giorno rimane impigliato nella rete di un povero pescatore che ha tre figlie (particolari, una era in un modo, l’altra era in un altro, la terza in un altro ancora) e gli promette che una di loro può diventare una ricca principessa. Il pover’uomo manda la prima figlia in fondo al mare, il biscione le dice di fare quello che vuole (particolari), andare dove vuole (altri particolari), ma di notte deve rimanere in camera e non aprire mai gli occhi per guardare quello che succede Lei è curiosa, assiste al prodigio, viene scoperta e rinchiusa in una segreta. La seconda figlia non vuole sposarsi il biscione perché quando lo vede le fa ribrezzo. E via giù nella segreta. La terza è buona e gentile, obbedisce, sposa il biscione, di notte non apre gli occhi quando il principe entra in camera, l’incantesimo si spezza e lei rimane sposa del principe, che torna uomo e le regala dei gioielli (particolari). Le sorelle vengono liberate
Giovanna, mia mamma, dice che la "nonna" Gagia conosceva più favole e le raccontava meglio, pur essendo analfabeta. La Gagia non era una parente ma era come se lo fosse.
La ma’ Iride raccontava anche la filastrocca della mosca ninosca bufosca di tronfa ninosca che mangiava la ricottina ninina bufina di tronfa ninina che comprava la vecchina ninina bufina di tronfa ninina, eccetera, e poi saltava fuori il commendatore ninore bufore di tronfa ninore. Finita la filastrocca, che anch’io ho ripetuto ai miei figli fino all’esaurimento, andavamo avanti per ore: andiamo a tavola ninavola bufavola di tronfa ninavola, nonna, che ci sono i cappelletti ninetti bufetti di tronfa ninetti in brodo ninodo bufodo di tronfa ninodo e così via. E giù a ridere. Una volta i bambini si divertivano con niente ed erano contenti con niente (un sacchettino di garibaldini a testa, “datelo alla mamma che ve ne dà un po’ alla volta”, se ero fortunata ne trovavo molti di azzurri che secondo la nonna Iride erano all’anice).
La storia dello zio Lovo (lo zio Lupo, con le frittelle di somaro confettate in aloè) e quella dell’asino che caga soldi (il ciuchino cacazecchini o aure kakaure) le sanno tutti, le ha trascritte anche Calvino. Lei raccontava la sua versione.
L’Iride storpiava i nomi: Uber diventava Orber, l’Ualdìa diventava Lumbardia, poi c’era Pavolo e così via.
La nonna Iride aveva un’amica che si chiamava Maria di Baracchini, una bella signora bruna sorridente e con il rossetto rosso. Era la mamma di Menottino, grande amico del nonno Nando. I Baracchini erano dei gran fascisti e una volta la nonna raccontò alla Maria che a casa di Fernando erano ospiti delle persone strane. Per fortuna la Maria ha soprasseduto, o non ha capito, non so, però non è successo niente con i rifugiati che i nonni nascondevano. Altra storia da raccontare dopo.
