Laura Iris Zoffoli

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Laura Iris Zoffoli (Cervia 26 ottobre 1927 - Roma 21 ottobre 2018), moglie di Giuseppe Boffa, è stata partigiana e giornalista

Laura a Mosca nel 1956


Avventura

(di Laura Iris Zoffoli)

Mi capita ogni tanto di dire : “ La mia vita è stata un’avventura . ” Sono stata fortunata. Sono nata negli anni giusti, quando accadevano grandi cose, quando c’erano ideali.

Staffetta partigiana a quindici anni

Nel 1943 avevo 15 anni quando mio padre mi chiese di fare la staffetta per i partigiani. Lui era comunista, figlio di socialista. Mio nonno era stato cacciato dall’ospedale che amministrava per aver rifiutato la tessera fascista. Aveva bevuto l’olio di ricino ed era finito a fare il salinaro, a “cavare” il sale. Un po' stupita che mio padre mi chiedesse di prendermi quei rischi, dissi di si, naturalmente. L’”avventura” cominciò così.

Andavo due volte la settimana a Ravenna (44 km andata e ritorno), in bici, con i copertoni usurati e rattoppati, nuovi non ne esistevano, gli anni di guerra li avevano resi introvabili. Quando partivi speravi che tenessero fino al ritorno. A complicare le cose erano gli aerei americani (per noi erano tutti americani) che bombardavano regolarmente il ponte fra Classe e Ravenna, proprio quando passavo io. Il più delle volte trovavo rifugio sotto il ponte: i lanci non erano molto precisi. Ulteriore frisson: la mia “base” era al piano sopra a quello delle SS. Cercavo di avere pronta una giustificazione per questi viaggi. Acquisti di sartoria, medicine, libri, etc.

Il giorno che sono andata a prendere un ciclostile mi hanno avvertita: “Se ti fermano, dì che l’hai trovato”. Non mi hanno fermata. Fui io, spaventata, a decidere di fare richiesta d’aiuto, sbracciandomi verso il giovane tedesco che, ormai a coprifuoco vicino, mi veniva incontro in bicicletta, Ero a piedi. La ruota davanti fuori uso. Fu gentile. Mi accompagnò, anche lui appiedato, fino alla salina del nonno, dove eravamo sfollati. Naturalmente il mio arrivo col tedesco mise in allarme i ragazzi che si nascondevano nelle saline vicine, ma lui mi fece un bel saluto militare e se ne andò.

Continuai i miei viaggi per alcuni mesi. Qualche volta dovevo superare dei blocchi stradali. Ma ero giovane e carina, con un gran nastro in testa. Me la cavavo. Poi un giorno…. Mi trovavo in centro per comprare alcune “giustificazioni” quando mi sentii “osservata”. Mi girai e vidi un ometto con una coppola nera in testa. Accelerai. Cambiai strada, feci una corsa. Quando mi rigirai, lui era ancora dietro di me. Allora ebbi paura. Avevo con me dei manifestini. Conoscevo bene Ravenna, ci avevo studiato. A un crocevia, sapendo che c’era una chiesa, affrettai il passo e entrai. Gettai i manifestini in un confessionale e mi nascosi dietro all’altare. Dopo un po’ mi avvicinai alla porta socchiusa e guardai fuori. Il tizio era lì che girava il capo a destra e sinistra con evidente sorpresa. Ritornai ancora dietro all’altare. Quando riguardai fuori l’ometto non si vedeva più. Passava invece in bicicletta un vecchio compagno di scuola. Lo chiamai, salii in canna e mi feci portare alla mia bici. Fu l’ultimo viaggio. Era chiaro che ero bruciata.

Laura a Ravenna nel '43

I miei si spaventarono e decisero che dovevo sparire. Lasciammo Cervia e andammo ad abitare nella campagna vicina, a Pinarella, allora quasi deserta. Affittammo un capannone anche se l’autunno era alle porte. I compagni pensavano che il posto fosse ideale per nascondere due ricercati. Uno era Negrini, futuro deputato, romagnolo, l’altro, più anziano, era il “professore”, il suo nome non l’ho mai saputo. Dormivano nel campo vicino e venivano a mangiare da noi. Con loro non abbiamo mai sofferto la fame. C’era chi pensava a nutrirci. Gli alleati si stavano avvicinando e l’episodio di Ravenna non mi faceva più paura. Ricordo una scena straordinaria: io e Negrini siamo insieme sul lungomare. Ci viene rapidamente incontro un calesse guidato da un tedesco. “Alt! Documenti!” grida. Il mio compagno gli si fa sotto e comincia a gridare in dialetto, agitando i pugni: “Ma si! Do i miei documenti a te! Porco qua, poco là” e a seguire. Il tedesco interdetto, forse spaventato, tira le redini e se ne va. Ormai il fronte era vicino. Fummo consigliati di ritornare a Cervia con i nostri ospiti.

I tedeschi ormai si stavano ritirando. Li si sentiva passare di notte dalla piazza principale. C’erano i “gruppi di difesa della donna”. Uno fu affidato a me. Ero la più giovane. Forse l’aver fatto la staffetta mi conferiva qualche competenza. All’arrivo del fronte avremmo dovuto occupare gli edifici pubblici, per marcare l’azione dei partigiani in appoggio agli alleati. Infatti il mattino del 1 ottobre, quando saltarono per mano tedesca le porte di Cervia e si videro i primi soldati scavalcare le macerie, il compito del mio gruppo era quello di occupare la scuola in viale Roma. Entrammo un po’ incerte. Fummo sorprese di vederci di fronte due soldati tedeschi. Ma i più sorpresi furono loro ad avere davanti delle ragazze senza armi. “Prigionieri!” gridavano alzando le mani. Dovemmo toglierci le cinture dei vestiti per legarli e consegnarli ai partigiani.

Invaghita di una spia tedesca

Prima però mi fu affidata un’azione diplomatica. Dovevo prendere contatto con i capi tedeschi, che alloggiavano nelle scuole elementari e portavano al nord prigionieri italiani e inglesi. Ci riuscii. Dissi loro che la popolazione cervese voleva offrire a loro e ai prigionieri un pranzo all’emiliana e anche le cose di cui avevano bisogno. I tedeschi accettarono di buon grado e mi permisero di raccogliere le richieste dei prigionieri. L’organizzazione fu un miracolo. Qualche giorno dopo potemmo imbandire quasi un banchetto: tagliatelle, coniglio, dolce e vino per tutti. Quando andai a distribuire gli oggetti richiesti (ero ammessa io sola) gli inglesi mi passarono un foglio in cui si lodavano i cervesi e in cui si indicavano i nomi dei prigionieri.

Fu in quell’occasione che conobbi Paul. Era alto, biondo, molto bello, e si faceva passare per americano. Mi accompagnava nei miei giri tra i prigionieri e mi piaceva molto. Poco dopo il passaggio del fronte Paul venne a casa mia. Arrivò portando dei doni. Un anello ce l’ho ancora, ormai senza brillante. Era in divisa, disse che si era liberato e che sarebbe tornato per raccontare tutto. Non si è più visto. Venne invece il maresciallo dei carabinieri per interrogare me su di lui. Era una spia tedesca. Come lo avevo conosciuto? Cosa mia aveva detto? E così via. “A lei piace mettersi nei pasticci, vero?” In qualche pasticcio mi ci ero messa, ma non per colpa mia. Il maresciallo mi aveva interrogato tempo prima, per due giorni, nella sua sede, in seguito a una lettera che Armando Cossutta mi aveva inviato dalle carceri di Milano. Chi era quel milanese? Chi erano glia altri che frequentavo con lui? Di cosa parlavamo? Sapeva che l’avevo accompagnato in treno a Rimini quando lui aveva tentato di passare il fronte. Armando non c’era riuscito. Il padre lo aveva riacchiappato prima. Armando e Gianni Toti erano i miei amici dell’estate. Rimanevano tre mesi e ci frequentavamo molto. Devo a loro se non sono rimasta una provinciale ignorante. Mi consigliavano libri, me li regalavano, mi tenevano al corrente delle novità non solo letterarie. Ero con loro il 25 luglio del '43. Ricordo la sorpresa di Renato Zangheri, poi sindaco di Bologna, quando, riaccompagnandomi a casa dopo una festa di post-liberazione, vide tra i miei libri Montale, Quasimodo e molti autori russi. Il carabiniere questa volta non mi torchiò a lungo. Ero comunista e con la spia tedesca non quadrava.

Un giorno, dopo il passaggio del fronte, si presentò un grosso sergente nero americano con una grande valigia. Me la mandava Gianni Toti - mi disse ammiccando. Conteneva lettere. Gianni mi raccontava quasi ogni giorno, della Roma liberata, i libri che leggeva, i film che vedeva, i suoi pensieri. Si era innamorato di me, non ricambiato. Quando mi sposerò mia madre brucerà tutti i miei ricordi. Anche le lettere di Gianni

Dopo la Liberazione

All’inizio dell’anno scolastico che seguì il passaggio del fronte, alle magistrali di Ravenna, venivo indicata come quella che aveva ammazzato due tedeschi durante la loro ritirata. Un giorno lo stesso preside, incontrandomi, si informò: “Come li hai uccisi quei due tedeschi?” “Non li ho uccisi. Li ho fatti prigionieri - Quando sono arrivati gli inglesi io e tre ragazze abbiamo occupato una scuola. Loro si nascondevano lì e si sono arresi. Io ho solo legato le mani e li ho consegnati ai partigiani” Ma i miti sono duri a morire. Quei due tedeschi, morti o prigionieri, mi forniranno a lungo un’aura di mistero.

C’era anche il giovane professore di matematica, Pescarini, che si interessava a loro. “Zoffoli, fermati un momento dopo la lezione. Allora cosa gli hai fatto a quei tedeschi? Questa sera cosa fai?” E a ogni inizio di lezione: “Zoffoli alla lavagna” I compagni ridevano e lo precedevano sottovoce : “Zoffoli alla lavagna”. Finì che mi chiese di sposarlo.

Al passaggio del fronte ho 17 anni . Mi trovo a essere comunista. Per l’ambiente in cui ho vissuto e anche operato. Abbiamo vinto. Abbiamo vinto con gli altri, ma eravamo dalla parte giusta. All’arrivo degli alleati porto al Town Major il biglietto che mi hanno consegnato i prigionieri di guerra inglesi. Con sorpresa di chi mi accompagna, me la cavo a parlare inglese. ( Non conosco una parola di tedesco. Mi sono sempre rifiutata di “accompagnarmi” a un soldato tedesco. Per non aver risposto a un saluto mi sono presa uno schiaffo). Sono canadesi quelli che ci hanno liberato. Subito, il primo giorno, i sodati hanno distribuito direttamente cioccolato, pane bianco e sigarette. Il biglietto che porto fa sì che ci sia una distribuzione straordinaria. Da quel momento divento il trait-d’union fra i cervesi (noi comunisti, i fascisti sono in fuga) e gli alleati. Mi trovo a parlare ai comizi. Chi l’avrebbe detto! Ho un certo successo. Mi propongono di seguire a Bologna la Scuola di partito. “Diventerai deputata!” Non se ne farà niente. Conosco Beppe e l’avventura continuerà fuori dalla Romagna, nel mondo.

L'incontro con Beppe

- Mia figlia ha un cervello di gallina. Non sa cucinare un uovo. Lasciala perdere! – aveva detto mio padre a Beppe, quando ci sorprese a Ravenna, dove lo avevo accompagnato nel suo ritorno a Milano. Avevo detto a casa che andavo per ragioni di ufficio. Lavoravo alla cooperativa muratori. Quella rossa. Ce n’era una bianca, più importante. Mio padre aveva incontrato il direttore la mattina e aveva chiesto:

- Laura è andata a Ravenna per voi?

- Veramente no, ha chiesto un permesso.

Fernando ha preso un treno e alle 11 è lì nella piazza dove ci troviamo. Perché mio padre mi sta così alle costole? Deve essere perché è un gran donnaiolo e teme mi succeda quello che succede alle sue donne. L’invito a Beppe è di piantarla lì. Anche se lui è carino, perché risponde : “Non importa. Mangeremo dei panini".

Però è vero che non aiuto in cucina. Il mio aiuto alla famiglia lo do lavorando fuori casa. Non siamo ricchi. Siamo quasi poveri. Ho 13 anni quando comincio a tenere l’amministrazione di Mingoncino. Lui è il grossista alimentare del paese ed è tempo di tessere annonarie. Porto a casa un piccolo stipendio e regali in natura: pasta, olio, zucchero, tutte cose razionate. Più tardi studio a Ravenna, torno solo il sabato. Poi lavoro a tempo pieno alla cooperativa. Quando posso cucinare?


Imparerò a cucinare quando mi sposo. A Milano non tutti i tentativi riescono bene . Però a Parigi le tradizioni famigliari si faranno sentire. Non era “l’Iride”, mia nonna, la migliore cuoca di Cervia? Lo si sapeva, perché teneva a pensione a mezzogiorno professori e impiegati di banca, che venivano a lavorare da fuori. Devo a uno di quei professori se mi sono risparmiata un anno di scuola a Ravenna. A Cervia, dopo le elementari, avevo frequentato per tre anni la Scuola di avviamento al lavoro, l’unica esistente a quel tempo. Per arrivare alle Magistrali, che erano il mio obiettivo, era previsto l’esame su tre materie (italiano, matematica, francese) per accedere alla IV inferiore. Il professore, richiesto di un aiuto per la compilazione della domanda, mi disse:

- Ma perché la IV inferiore e non la I* superiore? Laura, un esame è sempre una lotteria. E poi, se non sarai ammessa alla I* superiore, potrai frequentare l’anno inferiore. Mi convinse. Anche se in questo caso le materie d’esame non erano tre, ma tutte. Una nuova per me, il latino. L’unico a Cervia che poteva insegnarmelo era don Golfari, il parroco. Accettò di insegnarmi tre anni in poco più di un mese. Anche se ogni giorno ripeteva: ”Sono matto io, ma anche tu non scherzi”. Aveva un metodo molto efficace per metterti le regole in testa. Ancora oggi mi sorprendo a ripetere ridendo: “Dic, duc, fac, fer i ciapèt int un cultel, e sun era eo, is i mazeva fio, fis“ ( Dic, duc, fac, fer, presero un coltello e se non era per eo, is, ammazzavano fio, fis). Ricordo quel mese. Praticamente non dormivo. Per restare sveglia avevo cominciato a fumare le Mentolo. Ma non ho mai preso il vizio. Arrivò il giorno dell’esame. Andò bene. Fui rimandata solo in francese e storia. Ma ero prostrata. Mi succedeva di svenire e cadere per terra. Ma ero giovane ed era estate. Presi lezioni di francese a Ravenna. Fui ammessa alla I* superiore.


Mi sono sposata il 2 ottobre del ’48.

Avevo conosciuto Beppe nel ’46, il giorno del suo compleanno. La sua prima vacanza dopo la guerra. Saverio Tutino l’aveva fatto entrare all’Unità di Milano (“Sai tenere la penna in mano?”), dove aveva conosciuto e fatto amicizia con Gianni Toti.

- Perché non vai al mare a Cervia? – gli aveva detto Gianni. – Laura ti troverà una sistemazione. Beppe sapeva chi era Laura. Gianni non faceva che parlargli di lei. Poiché era dell’Unità, cercammo di sistemarlo il meglio possibile. Poteva dormire in una casa vicina e mangiare dalla nonna. Fu amore a prima vista. I dieci giorni che sconvolsero il nostro mondo. E anche l’amicizia fra Beppe e Gianni. Per Gianni era un tradimento. Il fatto che io non l’avessi mai corrisposto non contava.

A Parigi

A Parigi nel '49

Non ci eravamo ancora organizzati l’appartamento di Milano, quando Beppe venne inviato corrispondente a Parigi. A Parigi! L’aveva preceduto Cavallo, che però aveva tradito, passando alla Voce dell’America, un’emittente che faceva propaganda contro i comunisti. Cavallo abitava all’Hotel du Nord, dove andammo anche noi. Era vicino all’Assemblée Nationale. Una dislocazione vantaggiosa per il lavoro, ma per lo squallore ricordava i film con Jean Gabin. Con lo stipendio che ci dava l’Unità potevamo solo permetterci una stanza a mese all’ultimo piano, senza ascensore e il pavimento ondulato. Ma il piacere di essere a Parigi era tale, che non ci sognavamo di lamentarci. E poi gli innamorati si baciavano avvinghiati in mezzo alla strada e nessuno si scandalizzava. A Cervia, perché ci baciavamo sulla spiaggia, era intervenuto un carabiniere!

Comprai un fornello. Preparavo da mangiare nella stanza. Invitavamo anche colleghi dell’Humanité. Il buon odore del mangiare aveva fatto uscire da un buco, fra il tubo del lavandino e il pavimento, un topolino giovane e grassoccio, che non metteva paura. Per non farlo girare per la stanza, gli mettevo da mangiare vicino al buco. Eravamo diventati amici: lui non si spaventava e neanch’io. Un giorno arrivò a Parigi Pietro Ingrao, il direttore. Ingranammo subito. L’invitai a pranzo. Ricordo la sua faccia quando aprì la porta e vide la nostra “sistemazione”.

Poi fu la volta di Amerigo Terenzi, il gran patron della stampa comunista. Alla fine del pranzo, alla vista del topolino, disse: - Non puoi stare qui, Boffa. Trovati una casa. Ti aumentiamo lo stipendio. L’aumento non era tanto. Trovammo due stanze con uso cucina a boulevard Picpus. Da madame Bricout. Era un’impiegata statale, la francese media che più non si può: vous, les italiens... le coup de poignard dans le dos...

E’ lì che è nato Massimo. Erano a Parigi, in attesa dell’evento, mia madre e mia sorella. Abitavano da noi. E ci seguirono quando, poco dopo, cambiammo casa, andando ad abitare a Montmartre. L’appartamento, al sesto piano con ascensore, era uno studio, lasciato libero da una collega dell’Humanité. Aveva una cucina abbastanza grande, un bagno con vasca e un gabinetto separato. Mamma e sorella dormivano nel bagno. La sorella nella vasca, la madre su un materasso gonfiabile per terra.

Fu un bel cambiamento. Ma fu anche il momento in cui sentimmo di più la “guerra fredda”. Ci accorgemmo di avere il telefono sotto controllo. Si sentiva quando si inserivano. “Salauds! “ gridavo io. La portiera mi disse che erano venuti i flic a chiederle chi frequentavamo. Mi era grata perché le portavo il figlioletto a giocare al Sacre Coeur col mio. Del resto, i flic venivano a interrogarci periodicamente anche a casa. Quando Massimo nacque, il collega del Messaggero, Bruno Romani (padre di Paolo, vice ministro alle comunicazioni di Berlusconi), ci disse che era consuetudine regalare una carrozzina ai figli dei colleghi che nascevano a Parigi. La consuetudine per il corrispondente dell’Unità non venne rispettata.

Succedeva anche che l’Ambasciata italiana convocasse una conferenza stampa e che il giornalista comunista non fosse invitato. Provvedeva Romani, che aveva una moglie emiliana, a ragguagliarlo. E’ a Parigi che ci abitueremo a essere intercettati. Non avevamo niente da nascondere, ma era meglio non dare adito... Ci servirà per tutta la vita.


Con Pietro Ingrao a Parigi

A Parigi imparammo anche il russo. In Italia ero iscritta a Ca' Foscari, a Venezia. Avevo scelto come lingua principale il russo, per affinità politica e per Tolstoj. Pensavo, dopo Parigi, di dare gli esami all’università. Frequentavo i corsi dell’Associazione France-URSS con un certo successo. Mi applicavo. Avevo incollato le regole di grammatica e i verbi irregolari sul lavandino di cucina e studiavo mentre spignattavo o lavavo i piatti. Anche il flic, che ricevevamo dimostrativamente sempre in cucina, ne fu impressionato.


Beppe non voleva essere da meno. Quando all’Humanité si organizzò un corso di russo, lui lo frequentò. E con tanto profitto, che l’insegnante, una russa bianca, si offrì a dargli lezioni private. Fu così che, quando si candidò come corrispondente a Mosca, dicendo che sapeva la lingua, Terenzi disse: “ Ma guarda che si va a inventare Boffa!”

Infatti, dopo la morte di Stalin, Palmiro Togliatti aveva consentito che l’Unità avesse un corrispondente a Mosca. Aveva giudicato che i tempi fossero cambiati abbastanza perché un comunista italiano potesse lavorarvi in sicurezza. Le ragioni si sapranno col tempo. In quel momento, erano passati pochi mesi da quando tutte le sirene di Parigi si erano messe a suonare alla morte di Stalin, l’alleato della vittoria su Hitler. La partenza per Mosca fu laboriosa. Superare la “cortina di ferro”, andare cioè nell’Est Europa, era molto difficile. Innanzi tutto, potevi avere il visto solo per un viaggio. Lo ebbe Beppe, ma non io. Il giornale premeva perché lui partisse da solo. Beppe fu risoluto: o con Laura o niente. I nostri si diedero una mossa ed ebbi il visto anch’io.

A Mosca

Con Beppe a Mosca nel'56

Partimmo dopo Natale, in treno. Ci accompagnava Gian Carlo Pajetta. Cambio di treno a Vienna, ancora divisa in settori fra gli ex-alleati. Al confine fra Austria e Cecoslovacchia irrompono soldati cechi armati. Perquisiscono a fondo gli scompartimenti. Ricordo un certo choc. All’indomani si parte da Praga e arriviamo al confine dell’Ucraina. Mentre aspettiamo, Pajetta, dandosi un po’ d’arie, ci offre da mangiare alla stazione. Ma, quando si appresta a pagare, si scopre che i rubli che conservava da un viaggio precedente non hanno più corso. Un momento di apprensione, poi il nome “delegazja” aggiusta tutto. L’arrivo a Mosca, il 28 di sera, si svolge secondo le regole. Ci aspettano due rappresentanti del partito sovietico. Pajetta viene fatto accomodare in una ZIL con le tendine, noi tre in una più modesta Pobeda, diretta all’Hotel Moskvà.

Sono emozionata, ma noto che le case che scorrono lungo la strada che percorriamo hanno tutte le finestre illuminate. Mi sembra bello. Non fanno economia con la luce. So di essere arrivata in una specie di Paradiso in terra e quello non è che l’inizio. Della coabitazione non mi aveva parlato nessuno. L’Hotel Moskvà è nel centro di Mosca, vicino al Cremlino. Il giorno seguente, con Beppe già al lavoro e Pajetta scomparso, io e Massimo andiamo a passeggiare e curiosare. Dalle finestre che si aprono a livello strada si vedono le stanze in basso. Ognuna contiene 3-4-5 letti. Veri dormitori. In via Gorkij, la più centrale e importante, i negozi sono strani: nelle vetrine, molto sguarnite, ci sono calchi in gesso grossolani di prosciutti e salami che all’interno non esistono o quasi. Un negozio di formaggi con un solo tipo di formaggio. L’ Eliseevskij Magazin è molto elegante, ma le file sono lunghissime. In strada, a 25° sotto zero, vendono gelati, e questo ci piace molto.

Dopo un giorno si rivede Pajetta. E’ a Mosca per far capire che il PCI tiene a Boffa e per far capire a Boffa alcune cose. Primo: può frequentare le sorelle Misiano, ma i locali è meglio di no. Non è poi passato molto tempo da quando, per avere avuto rapporti con gli stranieri, li mandavano al gulag per cinque anni. Secondo: sarà il PCUS a pagargli lo stipendio, equivalente a quello dei giornalisti sovietici, senza 13ma e 14ma, come loro. Ancora non sappiamo come si viva con 3000 rubli al mese. Non sarà un gran che, come scopriremo. Le merci nei negozi costano poco, quando le trovi. Il pane, ad esempio, è a prezzo “politico”. Per questo sono tanti i contadini che si incontrano con enormi sacchi di pane. Uno mi spiegherà che, in mancanza di foraggio, alle sue bestie va bene anche quello.

Ma non di solo pane... Se vuoi una bottiglia di vino (si trova solo il N.4, georgiano, quello amato da Stalin, un po’ abboccato), comincia il lusso. Non possiamo permettercelo. Pasteggiamo a vodka. Costa poco più di un rublo la bottiglia. Capisci perché ci sono tanti ubriachi. Sono tutti uomini. Mai vista una donna sbronza durante tutto il mio soggiorno.

Passiamo la sera di capodanno a casa di Germanetto, compagno molto considerato dalle autorità locali perché ha scritto “Le memorie di un barbiere”. Ci dice che sul suo libro si fanno addirittura tesi di laurea. Ha sposato una russa. Con noi, oltre a Pajetta, c’è Giangiacomo Feltrinelli con la prima moglie, Bianca. Quando lasciamo la festa incontriamo in strada un uomo in canottiera abbracciato a un lampione, evidentemente sbronzo. Impareremo poi che gli ubriachi sono immuni da raffreddamenti e da traumi. Un mese dopo lasciamo l'Hotel Moskvà e ci spostiamo in periferia, in ulitza Levitana. Per arrivarci dal centro dobbiamo prendere un buon tratto di metropolitana, attraversare un piccolo cimitero fiancheggiante una chiesetta e, quindi, un autobus.

Il nostro appartamento, due stanze e cucina (un lusso, ma ancora non lo sappiamo], è di fianco a quello in cui vive Rita Montagnana, con il figlio. Il giovane non sta bene. E' psichicamente disturbato. Rita gode dell'aiuto di una funzionaria che le ordina in un negozio speciale quello di cui abbisogna. Ci aiuterà nei primi giorni. Nella stessa scala vive anche un pezzo grosso cinese. Il passaggio dall'albergo alla casa è traumatico. Non per la ferrovia merci che ci passa sotto la finestra e fischia in continuazione (siamo al primo piano). Il disagio è mitigato dal deserto di neve che si apre davanti ai nostri occhi. Né per la difficoltà di trovare il portone di casa nella moltitudine di casermoni tutti uguali. Io e Massimo per trovare la via del ritorno ci muniamo di bastoncini e lasciamo dei segnali lungo il tragitto sormontato da cumuli di neve ai lati.

Con Massimo a Mosca

Il trauma è quello dei negozi. Nella zona ce n'è uno solo. E' aperto 24 ore su 24, ma dentro cosa c'è? Pane e scatolette. Per fortuna la vicina russa del piano terra mi fa conoscere il contadino che tutte le mattine ci porterà il latte. La stessa vicina mi avverte anche quando al negozio arrivano nuovi rifornimenti. Qualche volte succede alle 10-11 di sera. Se sono aranci, vado a fare la fila. Spesso bisogna andare in centro per trovare qualcosa. A volte, invece della metropolitana, prendo l'autobus: mi piacciono molto le isbe che costeggiano la strada. Mi portano dentro la letteratura russa. Nei cinque anni che resteremo a Mosca, spariranno tutte.

Il trauma è anche la censura. Beppe deve scrivere i suoi articoli (scrive solo a mano), io batterli a macchina e, prima di trasmetterli, farli passare alla censura in via Gorkij. Succede che l'articolo venga letto e autorizzato qualche ora dopo averlo presentato. Non si può trasmetterlo dal telefono di casa. E anche al Telegrafo di Stato le linee non sono sempre efficienti. Una vera penitenza abitando così lontano. Non abbiamo una macchina. Durerà un anno e mezzo. Poi la censura ai comunisti viene tolta. Forse perché i giornalisti stranieri si stanno moltiplicando. Dai dieci che erano al nostro arrivo, noi i soli italiani, ora sono duecento (Chruscev fa accadere molte cose). Per loro la censura durerà ancora per alcuni anni.

Un problema si aggiunge agli altri. Massimo, che frequenta l'asilo sotto casa, prende la scarlattina. Viene portato in ospedale, dove resterà anche per la quarantena. Possiamo vederlo solo da un'alta finestra, non visti da lui. E' in piedi che gioca, bene accudito, in una sala gradevole e ampia. Quando finalmente torna a casa, parla perfettamente il russo.

Le Misiano. No Misiano, no party. Senza le Misiano, tutto sarebbe stato più difficile. Due sorelle: Lina, docente di storia italiana all’università, Nella, ingegnere aeronautico. Sono figlie del famoso esponente comunista napoletano, morto nel 1935. Era stato uno dei promotori della grande cinematografia sovietica. Vivevano con la madre anziana in un appartamento sulla via Gorkij (oggi Tverskaja), allora la principale strada di Mosca. La loro casa era accogliente e ben frequentata. Vi abbiamo incontrato la maggior parte delle persone più interessanti del nostro soggiorno. Fra le più amate, Frada Bespalova, bella, tenera signora, tornata dopo molti anni dal gulag. Era stata moglie di uno dei critici letterari più autorevoli degli anni Venti, e i suoi racconti ci portavano in un mondo così speciale e interessante. Mi regalò una statuetta di porcellana raffigurante l’attrice Zinaida Raix, che era rimasta ad aspettare il suo ritorno nella valigetta costudita dalla figlia. L’ho fatta restaurare ed è il mio orgoglio fra i cimeli di una vita.

Una menzione a parte merita Jurij Friedman, tornato dal gulag più comunista che mai, reintegrato nel partito. Era stato agente del Komintern lavorando per l'Inturist, l'Agenzia di viaggi sovietica. Un giorno mi raccontò una cosa incredibile: il suo superiore gli aveva chiesto di portargli delle sardine in scatola dall'estero. Lui non l'aveva fatto e, temendo che l'altro si vendicasse denunciandolo, lo aveva fatto prima lui. Questo, se non altro, mi ha fatto capire come doveva essere il clima in quegli anni.

Ci danno come “segretario" Gigi Longo, figlio del dirigente italiano, che ha sposato una russa. Non ci sarà di molto aiuto. Non abbiamo bisogno di un traduttore. Arriva alle 11, con giornali già letti, e resta a mangiare con noi, complicandomi non poco 1'esistenza. E poi, perché non mi dice che c'è un mercato cholkosiano, dove si trova, a prezzi maggiorati, certo, quello che manca nei negozi? Avrebbe mangiato meglio anche lui! Dice che è giusto che la farmacia centrale (non ne ho viste altre) non abbia acqua ossigenata per disinfettare, perché la userebbero per tingersi i capelli. E allora? Un lusso inaudito? E i pennini d'oro nelle stilografiche, e i ninnoli nelle gioiellerie, cosa sono?

Non è facile il lavoro di Beppe. E’ il solo giornalista italiano a Mosca. Deve cercarsi le notizie da solo. Le telescriventi devono ancora inventarle. Io aiuto con tagliatelle e soufflé. Abbiamo spesso a pranzo qualcuno che può ragguagliarci.

Alla redazione di Roma non trovano i pezzi del corrispondente entusiasmanti. Non sono preparati a una realtà così “normale". Il mio settimanale "Noi Donne" non pubblica i miei servizi. Io cerco di raccontare le cose in modo positivo. Dico che in tutti i negozi di alimentari ci sono bilance per i clienti, che possono controllare il peso. Racconto che, alla fine dell'anno scolastico, le alunne diplomate si vestono di bianco e, dopo la festa serale a scuola, vanno ad aspettare l'alba nella Piazza Rossa. Cose così. - Ma perché non parli delle grandi donne del comunismo? - Mi dice Maria Antonietta Maciocchi, la direttrice, di passaggio a Mosca. Appunto, le grandi donne e gli stakanovisti. Finora non si è parlato che di loro. Fine della mia collaborazione con "Noi Donne". No, anche al "Lavoro" che me la chiede.

A Mosca c'è Roger Garaudy, che abbiamo conosciuto a Parigi. Fa parte del comitato centrale del PC francese. Scrive per 1' "Humanité Dimanche", ma soprattutto prepara una tesi sulla libertà. Gli verrà data alla fine una laurea. Garaudy è divertente. Lo troviamo un po' strambo (quella tesi}, ma non guasta. Ha una moglie molto religiosa e due figli, ma pratica il nudismo in famiglia. Se fuori si gela, le case sono calde. Poi, oltre che della libertà, si occupa di bellezza e cosmesi. Sta scrivendo un trattato. Ci parla delle buone ricadute sull'organismo del rumore prodotto dallo zampillare delle fontane. Mi riprometto di andare al GUM, appena aperto sulla Piazza Rossa, grande novità del momento, dove ce n'è una. E' anche un buon giocatore di scacchi. Lui e Beppe fanno le loro mosse al telefono.


Andiamo in ulitza Pravda, vicino alla redazione del giornale. Siamo vicini anche al centro. Ritrovo le mie amate isbe lungo la via. Un bel mattino non ci saranno più. Spazzate via completamente nella notte. Al loro posto cresceranno giardini. E' qui che nascerà Sandro. Arrivata all'ospedale Klara Zetkin con le doglie, mi fanno fare la doccia prima di mettermi a letto. Protesto, sto male, sono pulita. Poi mi guardo attorno. Fra le donne che devono essere ricoverate ci sono zingare, che non dispongono certo di un bagno. La legge è uguale per tutti.

Con madre, marito e figlio Alessandro a Mosca nel 1956

Sandro pesa più di quattro chili, è pieno di capelli. Il padre potrà abbracciarlo solo dopo dieci giorni. Prima potrà guardarci solo attraverso un vetro. In questa occasione Massimo dormirà all'asilo, assieme ad altri bambini. E' contento. Si trova bene. Più tardi si troverà bene anche alla scuola russa. Parla perfettamente la lingua, anche il dialetto. Me lo dice un collega che lo ha interpellato per strada. La sua insegnante mi dirà che è molto irrequieto, ma il primo della classe. A scuola gli insegnano anche a stirare e cucire.

Coi 3.000 rubli non si arriva alla fine del mese. Riesco ad avere delle traduzioni dalla Novosti, l'Agenzia giornalistica. Pagano bene. Riesco a guadagnare più di mio marito. Possiamo permetterci una njanja. Mi iscrivo all'Università Lomonosov. Ho come insegnante di letteratura russa Natalia Eduardovna, che non ho mai dimenticato. E' come universitaria che conosco il discorso segreto che Chrusciov ha pronunciato al XX congresso del PCUS. Prima di lui, aveva parlato Anastas Mikojan e Beppe mi aveva svegliato di notte per raccontarmi le cose “incredibili" che aveva detto di Stalin senza nominarlo. Questa volta sono io a fornirgli i particolari. Solo i particolari. Le Misiano lo avevano già messo al corrente della lettura fatta agli iscritti del partito. Il rapporto veniva chiamato "segreto" perché non pubblicato, ma diffuso lo era, e come!

Nel frattempo, negli articoli che inviava a Roma, Beppe cercava di preparare i suoi lettori alle rivelazioni che sarebbero certamente arrivate. Quando prese a pretesto la trama di un film sugli anni della rivoluzione, " Il tredicesimo", Pajetta ebbe a dire: " Boffa va a vedere un film e capisce tutto". "Chi è questo Boffa, che si permette di dire certe cose?" ci si chiede sempre più spesso nelle riunioni di partito. Sappiamo come è andata a finire. Il rapporto è stato poi pubblicato in occidente e ha messo nel casino tutti. Noi, io e Beppe, siamo stati sempre favorevoli a Chrusciov. Speravamo in lui. Capivamo le sue difficoltà. Afflitti quando criticava i pittori alla mostra del Maneggio, costernati quando arrivò a dire: "Voglia il cielo che tutti siano come Stalin".

Beppe comincia a fare degli scoop. Sarà il primo a raccontare come si sia arrivati all'allontanamento di Molotov, Malenkov e Kaganovic. Il primo a dire che la cagnetta Laika, lanciata nello spazio, morirà. L'aveva capito frequentando la redazione della Pravda. E' considerato bene informato. Lo è. Ha buone frequentazioni, sa interpretare i fatti, conosce la storia del paese. Chrusciov è interessato a che alcune cose si sappiano all'estero. Beppe benefìcia di questo. Gli telefonano dall'America per chiedergli conferma di fatti. L'ambasciata italiana, che prima lo snobbava, organizza serate in cui lui è la star. Inviti anche dalle altre ambasciate.

Abbiamo passato una vacanza d'estate sul lago Ladoga. Con i figli, amici, amici degli amici: celebri fisici, scrittori, musicisti. Una signora va a liberare di notte le esche che i nostri usano per pescare. Nella Casa di cura che ci ospita il vitto è scarso e il pescato è utile. Lo cuciniamo nel nostro cottage, che ha un camino. . Nelle lunghe passeggiate che facciamo tutti i giorni, tra boschi e laghetti, alcuni del gruppo, uomini e donne, si spogliano completamente e si buttano in acqua. Poi si rivestono, senza asciugarsi. "E' il nord" - mi dico. I nostri amici Lizzadri, dell'Avanti, portano i due ragazzi in Italia. Li mandiamo dai nonni. E' meglio che Massimo non perda un secondo anno di scuola italiana. Lo iscriveranno a Cervia e avrà difficoltà con la scrittura. Mi raccontano che, al primo incontro con una suora, Sandro scappa terrorizzato gridando: "Babigà, babigà!" Massimo traduce: "Dice che è una strega".

Senza figli, siamo invogliati da Vitalij Ginzburg, il celebre fisico, ad andare sul Mar Nero, dove io non sono mai stata. Andremo a Pitsunda, dove si stanno costruendo le ville i capi di governo, ma soprattutto dove si ritrova la migliore intellighenzia. Non ci sono alberghi. Si affittano stanze. Noi siamo alloggiati in un campeggio.

Conosciamo i Plucek. Lui è il regista del Teatro della Satira, uno dei più interessanti di Mosca. Ha messo in scena il Majakovskij critico del "Bagno" (tolto dopo due settimane) e Nazim Hikmet (tolto dopo una sola rappresentazione). Diverremo grandi amici.

Tornati a Mosca, ci vediamo spesso tutti da Liii Brik, che ha un vero salotto. Maja Plisetskaja, la grande ballerina del Bolshoj, ci farà la morte del cigno nei due metri quadrati dell'ingresso, Voznesenskij leggerà le sue poesie non ancora pubblicate (cerca il placet di Lili), Rodion Shedrin suonerà al pianoforte la sua ultima composizione. La casa è piccola, ma contiene tutto. Naturalmente, ci sono i quadri dipinti da Majakovskij, ma anche quelli del georgiano Piromanoshvili. Lili ci farà conoscere Aleksandr Tyshler, il pittore. Sono molto amici. Quando Stalin, nel 1937, fece fucilare il suo compagno, uno dei generali della famosa purga, Tyshler si recava ogni mattina da lei e se ne restava in silenzio a disegnare. I disegni poi glieli lasciava. Liii mi ha regalato alcuni di quei lasciti. Praticamente tutti i disegni che ho di Tyshler li ho avuti da lei. Mi hanno raccontato un episodio che la dipinge bene. Sta andando a Leningrado in treno col generale. Il controllore guarda il buono di viaggio e chiede: " La cittadina è sua moglie?"

- No, sono la sua amante - precisa lei.

Liii si darà la morte con dei barbiturici, dopo una caduta che le rompe il femore e la costringe a letto per troppo tempo. Gli amici spargeranno le ceneri in un bosco vicino a Mosca.

Con Lili Brik, Elsa Triolet, Louis Aragon, Vasilij Katanjan a Mosca (1965)


Il ritorno in Italia

Dopo cinque anni torniamo in Italia. Partiremo in nave da Odessa. A Odessa arriviamo con una Volkswagen rossa, comprata usata da Camozzini, un collega dell'Ansa. Il viaggio attraverso la Russia non è stato molto tranquillo. Una macchina rossa da quelle parti forse non si era mai vista. Avevamo un permesso scritto. E per fortuna. Siamo stati inseguiti, fermati innumerevoli volte. E non solo dai poliziotti. Succedeva anche che, fermi per qualche causa logistica, fossero gli abitanti del posto a circondarci e a chiamare le autorità. La nave ci portò a tappe (Bulgaria, Grecia) a Napoli. Per me erano cinque anni che non mettevo piede in patria. Infatti, quando ero partita per Mosca, avevo ricevuto il solo permesso di andata e per un solo viaggio. Visto le difficoltà che avevo avuto per quello, non avevo voluto rischiare. Avrebbero potuto negarmi il ritorno. Erano ormai dieci anni che vivevamo lontani dall'Italia. Prima Parigi, poi Mosca. In Italia c'era stato il boom economico. Molti colleghi si erano comprati la casa in cooperativa. A Roma, noi non sapevamo dove andare. I nostri pochi mobili non c'erano più.

Chiedemmo al giornale la 13°, di cui non avevamo fruito a Mosca. Non se ne fece niente. Pajetta, direttore dell'Unità, disse "Allora io dovrei chiedere la 13° per gli anni in cui sono stato in prigione! " Ci fu offerto in affitto un appartamento alla periferia, di proprietà del partito. Per fortuna i Gambetti ci trovarono una sistemazione a Monteverde, vicino a casa loro e a quella di Gianni e Maria Teresa Rodari. Ci eravamo portati da Mosca attrezzature da camping: tavolo di plastica con quattro sedie di tela, due brandine e poco altro. Furono questi i nostri primi "mobili". Poi Maria Laura, moglie di Umberto Terracini, la mia benefattrice, si assunse il compito di aiutarmi. Mi portò da rigattieri, da tappezzieri. Il mio primo acquisto furono due vetrine di ciliegio. Una volta a casa mi parvero un lusso inaudito. Ci mancava tutto e cominciavo col superfluo? Per fortuna i venditori non vollero riprendersele indietro. Ancora oggi fanno bella mostra di sé.

Un anno dopo, rispondendo a un semplice "Affittasi" appeso al cancello, andammo ad abitare in uno dei posti più belli di Roma: in via Masina, al Gianicolo. Come vicini l'Accademia americana con i suoi giardini, e la villa dei preti Maroniti, i padroni di casa, con orto e palmeto. Il prete si era limitato a chiedere informazioni alla nostra portinaia: "Pagano i Boffa?" "Sempre puntuali!" Si sa che gli amici sono il sale della terra. Niente di più vero. I Rodari, gli Spriano, i Melograni, i Ferri, i Ferrara. Con Ferri e Ferrara compreremo insieme una casa in campagna.




Con Beppe a Mosca nel 1956

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Laura Iris Zoffoli ha scritto altri tre ricordi su Wikiwake (Utente:Laura)




Il marito della gentile signora che, in un assolato pomeriggio di agosto, mi sta di fronte scrisse di lei, molti anni dopo gli avvenimenti che sta per raccontarmi (1998): «In tutto quello che ho fatto, detto, scritto, amato o detestato nella mia vita adulta, non saprei dove finisce la mia parte e dove comincia la sua. Non tanto per l'aiuto pratico, pur prezioso, che lei mi ha dato, dal nutrimento quotidiano alla revisione dei miei testi, dall'ambiente gradevole che mi ha sempre creato attorno, ai savi consigli nei momenti critici. Quanto perché pensieri, riflessioni, amicizie, simpatie e antipatie, gusti, sentimenti, discorsi, reazioni agli avvenimenti si sono talmente intrecciati e influenzati a vicenda per oltre mezzo secolo, che mi appare del tutto impossibile distinguere ciò che era mio da ciò che era suo. (...)». Se tanto mi dà tanto, pensavo tra di me, chissà che cosa ha da raccontarmi Laura Zoffoli, che, per altro, incominciò subito a sminuire il valore della sua storia. La sua storia consiste invece in una sequenza di storie che fotografano molto bene il suo impegno, il suo coraggio e la sua intelligente creatività.

Cervese purosangue, nacque in una famiglia piccolo borghese e potè accedere agli studi superiori a Ravenna. Nel 1943 la sua famiglia fu costretta, come tante altre famiglie cervesi, a trasferirsi nelle saline, esattamente nella salina del nonno, in un rifugio scavato sotto terra che provocò vari dolori reumatici ai suoi abitanti.

La famiglia di Laura era molto amica di quella di Guido Collina, il quale, poco alla volta, trasformò Laura in una staffetta partigiana. A Cervia c'era una organizzazione antifascista che stava preparando la lotta armata contro i fascisti ed i nazisti, ma si trattava di una organizzazione clandestina suddivisa in tanti Comitati che, a loro volta, erano costituiti da tante "cellule" di due o tre componenti che si conoscevano tra di loro, ma che non conoscevano i componenti delle altre cellule.

Laura faceva parte del "Comitato di difesa della donna" e, assieme ad altre due compagne delle quali non ricorda il nome, ne costituiva una cellula. La sua attività di staffetta consisteva nel recarsi due volte alla settimana a Ravenna a portare o a ritirare informazioni o volantini/ giornali della Resistenza. Il bello consisteva nel fatto che il suo contatto, Lucia Guerra, aveva il suo recapito nello stesso palazzo nel quale avevano sede le SS: al primo piano c'erano le SS e al secondo c'era il recapito di Laura. Il problema maggiore consisteva nel fatto che era quasi miracoloso possedere una bicicletta, perché i soldati tedeschi, appena ne vedevano una, la requisivano e a ciò si aggiungeva che mancavano le camere d'aria e, quindi, si dovevano utilizzare copertoni ripieni che rendevano molto faticosi i viaggi in bicicletta.

L'attività di una staffetta era ricca di episodi casuali molto pericolosi. Un giorno Guido Collina le disse che bisognava cercare un ciclostile, un macchinario che permetteva di riprodurre abbastanza velocemente i volantini. Laura sapeva che nel recapito ravennate di Lucia Guerra, c'era un ciclostile, ma il trasporto sarebbe stato molto faticoso e pericoloso; comunque la giovane incominciò l'avventuroso trasporto del voluminoso e pesante macchinario ma, purtroppo, a pochi chilometri da Cervia, la bicicletta si ruppe e la nostra staffetta vide quasi subito che stava arrivando un tedesco in bicicletta. La ragazza era molto spaventata anche perché era già scattato il coprifuoco. Giocò d'azzardo: incominciò a fare dei gesti per richiamare l'attenzione del soldato che era anche molto giovane. Il soldatino si fermò e le chiese che cosa fosse successo: lei gli rispose che aveva rotto la bicicletta e che c'era il coprifuoco. Il soldato che probabilmente non sapeva che cosa fosse un ciclostile e a che cosa ser- - visse l'accompagnò fino alle saline. Quando le persone che si erano rifugiate nelle saline videro il tedesco, scapparono tutte. Il soldato tedesco, invece, educatamente salutò Laura e se ne andò.

Non andò sempre bene ed anche Laura fu scoperta; accadde a Ravenna, quando si accorse di essere pedinata; conoscendo molto bene Ravenna, Laura riuscì a seminare la spia entrando in una chiesa. Depose i volantini in un confessionale e si nascose dietro l'altare maggiore. Ogni tanto verificava se la spia girovagasse ancora nei dintorni e, quando non la intravide più, uscì dalla chiesa, raggiunse il luogo ove aveva lasciato la bicicletta e rientrò a Cervia.

Appena rientrata, raccontò ciò che le era capitato e immediatamente lei e tutta la sua famiglia traslocarono nella zona di Pinarella, che a quei tempi di fatto non esisteva ancora e presero possesso di un capannone vicino al mare. Alla famiglia, in alcuni momenti della giornata, si aggregarono due ricercati: Agide Samaritani e Armando Negrini, i quali dormivano nei campi di notte, ma si univano alla famiglia Zoffoli per il mangiare.

Un giorno, mentre Laura e i due ricercati stavano camminando verso la spiaggia, furono raggiunti da un calesse montato da un soldato tedesco che intimò l'alt e chiese subito i documenti. Armando Negrini, che era piccolo ma deciso, incominciò a urlare: "Sé, me ad dàg i document propri a te, e correndo verso il tedesco, urlando e minacciandolo con i pugni chiusi, il tedesco se ne andò. Laura, però, ricorda con particolare soddisfazione ciò che potè fare a vantaggio dei prigionieri alleati imprigionati dai tedeschi nella scuola Pascoli.

L'idea fu di Guido Collina: contattare i prigionieri alleati per offrire loro un qualche aiuto e Laura la realizzò: parlò con gli ufficiali tedeschi competenti che l'autorizzarono a incontrare i prigionieri; li incontrò in compagnia di un certo Paul e raccolse le loro richieste; agli italiani servivano soprattutto maglie e calzini, agli inglesi trattamenti contro i pidocchi e dentifricio. Il tutto fu procurato e consegnato ai prigionieri. Poco dopo, sempre con il permesso dei tedeschi, venne organizzato un grande pranzo, a favore dei prigionieri, a base di tagliatelle, coniglio, dolce e vino. Pure in un periodo nel quale la popolazione soffriva la fame, le donne cervesi riuscirono a fare miracoli e il pranzo fu magnifico.

Al termine, tutti i prigionieri sottoscrissero una lettera mediante la quale dichiaravano che la popolazione di Cervia si era comportata, nei loro confronti, con grande generosità. Con i carabinieri, che erano stati aggregati alla Guardia Nazionale repubblicana (G.N.R.) e che, quindi, pur con qualche riserva facevano parte della struttura organizzativa della Repubblica Sociale fondata da Mussolini su ordine di Hitler, ebbe qualche problema soltanto una volta, a causa di una lettera inviatale da Armando Cossutta. Armando Cossutta e il suo amico Gianni Toti erano due giovanotti di 18 e 20 anni (1944) che avevano l'abitudine di soggiornare a Cervia per alcuni mesi ogni anno ed avevano stretto una forte amicizia con Laura; sembra anche che Armando la corteggiasse. Resta il fatto che, una volta rientrato nella sua città, il giovane le scrisse diverse volte e, in una lettera, carpita dai Regi Carabinieri, un capoverso terminava con le seguenti parole: «...ma verrà il sole, la pace». Il comandante della stazione dei RR.CC. voleva sapere chi fosse o che cosa fosse il «sole». Per questo motivo convocò Laura in caserma e poiché la giovane alle domande del comandante rispondeva sempre che il sole significava la pace ed il comandante non era convinto, la trattenne due giorni in caserma, ma poi dovette rilasciarla.

Nel frattempo il tempo aveva camminato e, nella giornata del 22 ottobre 1944, Cervia fu liberata dagli alleati unitamente ai partigiani e ad alcuni civili. Le persone gridavano gioiose "Viva gli Inglesi", ma i soldati rispondevano che non erano inglesi ma canadesi. Era bello sostare presso i carri armati liberatori e ricevere dalle mani dei soldati cioccolata e sigarette. La campana comunale incominciò ad accompagnare la gioia con i suoi rintocchi. Laura e le due altre compagne della cellula dovettero andarsene perchè avevano avuto il compito di liberare la villa del canonico Lolli da eventuali tedeschi per dimostrare agli alleati che la popolazione aveva contribuito alla liberazione della propria città. Le ragazze ritenevano che la villa fosse ormai libera, tanto che erano completamente disarmate, invece trovarono due soldati tedeschi che non vedevano l'ora di essere fatti prigionieri, tant'è vero che gridavano: «Prigionieri, prigionieri...». Le ragazze legarono loro le mani dietro la schiena e li consegnarono ad un gruppo di partigiani.

Laura si recò nel palazzo comunale dove s'erano riuniti i vari comandanti ed ebbe la possibilità di leggere la lettera scritta dai prigionieri alleati nella scuola Pascoli. Il comandante alleato, contento per ciò che i cervesi avevano fatto per i prigionieri alleati ordinò una distribuzione di cibarie alla popolazione. La popolazione, poco alla volta, dalla piazza era sciamata verso il teatro, ove si susseguirono diversi oratori a raccontare la bellezza della giornata e, al suono di musicanti improvvisati incominciarono i balli. Laura, quel giorno terminò una storia importante della sua vita e ne incominciò altre egualmente significative, ma questa - permettetemi il gioco di parole - è proprio tutta un'altra storia.




A Roma con Gorbacev

(Giampietro Lippi, da "Erano brave,intelligenti,coraggiose e belle...tutte le nostre staffette" (2013)


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Memorie dal Comunismo

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Foto di Laura


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Ricordo di Laura

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  Giorgio

"Non ricordo se è stato lui, Giorgio, il mio primo amore o la spia tedesca."

Il cognato di Laura frena leggermente la macchina per guardarla stupito.

"Io non sapevo, naturalmente, che fosse una spia. Quando portammo i pacchi ai prigionieri dei tedeschi accampati nelle scuole (ormai erano in ritirata ) lui si presentò come americano. Lo rividi tre volte in quei giorni di "collaborazione" coi nazisti (portavamo, naturalmente, pacchi anche a loro) e mi innamorai subito. Era biondo, bello, e io avevo 15 anni."

"Quando hai saputo che era una spia?

"Arrivati gli alleati, lui mi cercò, venne a casa mia, mi portò dei doni, un anello ce l'ho ancora, ormai senza diamante. Era in divisa, disse che si era libera to dai tedeschi, che sarebbe tornato per raccontarci tutto. Non si è più rivisto. Vennero invece i carabinieri per interrogare me su di lui: come lo avevo conosciuto, cosa mi aveva detto e così via. Forse l'avevano seguito, potrebbero averlo fucilato. Fine disperata di un amore. Ma allora vuol dire che il fronte era già passato e che Giorgio l'avevo conosciuto prima. A Ravenna. Frequentavo la prima superiore delle Magistrali. Tre mesi di baci intensi. A quei tempi non si andava oltre, anche se lui aveva cinque anni più di me."

E adesso il primo amore si rivede. Dopo 60 anni! Era un gran bel ragazzo. Chissà ora.

Qualche tempo prima la sorella di Laura, Giovanna, le aveva telefonato a Roma.

"Sai, un tuo vecchio filarino mi ha chiesto di te e ti manda a salutare. E' il dottore Giorgio qualcosa".

" Giorgio? E com'è?

" Un bel signore anziano, simpatico. Gli ho detto che verrai a capodanno per conoscere il mio nipotino."

Qualche giorno dopo Giovanna aveva richiamato:

"Il dottore mi telefona tutti i giorni per sapere quando arrivi. Gli ho detto di chiederlo direttamente a te. Gli ho dato il tuo telefono. Ho fatto male?"

"Ma no, naturalmente".

Il tempo di deporre la cornetta e il telefono squilla.

"Sono Giorgio R. Sono passati quasi 60 anni. Mi farebbe piacere rivederti. So che presto sarai a Cervia. lo abito a Rimini, siamo vicini. Ti invito a pranzo. Vengo a prenderti a casa di tua sorella con un taxi."

"Il pranzo non credo sia una buona idea. Sono ospite e forse hanno previsto qualcosa per me. Vieni tu a prendere un caffè da noi. E poiché a Cervia non ci sono taxi in questa stagione, verrò io con Maria a prenderti alla stazione. Maria è fondamentale, perché ti conosce. Altrimenti dovremo ricorrere a dei segnali. Bene Giorgio, sono contenta di rivederti. A presto. Ti abbraccio."

Silenzio dall'altra parte. Poi un profondo: " anch'io".

L'abbraccio che Laura distribuiva generosamente al telefono ai suoi amici non rientrava negli usi correnti della provincia emiliana. Si accorse della perplessità all'altra parte del filo. E più tardi alla sorella:

"Forse non avrei dovuto. Ma a 400 km di distanza un abbraccio non può essere grave.

Alla soglia del 2003 Laura ha 75 anni e da cinque è vedova di Beppe, l'uomo della sua vita. Dopo tanti capodanni trascorsi in solitudine, aveva deciso di festeggiare il passaggio al nuovo anno a Cervia in compagnia. E' lì che il 29 dicembre incontra Giorgio.

"Gli offriamo un caffè e tanti saluti" - aveva anticipato alla sorella. Ma Giorgio è un buon parlatore, ironico, divertente. Ricorda anche l'episodio del loro distacco. Finito l'anno scolastico, erano al cinema di Cervia, addossati alla parete, in attesa che si liberasse qualche posto, quando il padre di Laura gli aveva messo una mano sulla spalla e aveva detto: " Giovanotto, lei mia figlia la deve lasciar stare". E rivolto a Laura : " Tu vai subito a casa!".Giorgio non parla del seguito, se c'è stato un seguito. Laura non ricorda e non vuole chiedere. Il tempo del caffè era passato in fretta. Fuori era scuro. Con un sorriso disarmante Giorgio dice:·" Vi invito tutti a cena". Giovanna e il marito declinano. Laura accetta. E' intrigata da quest'uomo di aspetto piacevole, che quando sorride le ricorda il ragazzo di allora.

A cena Laura è scherzosa e un po' biricchi na. Quando lui dice che Giuseppina, la sua compagna, è già partita per trascorrere ilcapodanno in montagna con amici, non raccoglie, anche se le sembra strano. Lui le chiede: " Posso passare la sera della festa con voi?"

" No, mi sembra complicato. Siamo invitati fuori. Ti farò gli auguri quando torno a casa".

Lui ha l'aria triste quando lo riporta in macchina alla stazione. Lo saluta con un bacio sulla guancia. Lui rimane pietrificato. Poi deve correre per non perdere l'ultimo treno.

A capodanno Laura mantiene la promessa. Lo chiama dopo la mezzanotte.

"Auguri. Io torno a Roma domani pomeriggio. Ci rivediamo in estate.

Il treno che parte da Cervia è semivuoto. Laura si siede al primo posto libero. Passano pochi minuti e: " Biglietti, prego".

Si gira. E' Giorgio che sorride. L'accompagnerà fino a Bologna. Lei è sorpresa. E' contenta. Diavolo di un uomo! Le ha portato anche cioccolatini e provviste per il viaggio.

"Non servono. Vado solo a Roma".

"Li mangerai a casa. Ti ricorderai di me"

A Bologna si salutano. Lui la osserva raggiungere il suo vagone trascinandosi la valigetta nera a rotelle. Alla sera arriva la telefonata.

" Sei arrivata bene? " Al mattino un'altra.

" Hai dormito bene?

Poi le telefonate diventano una consuetudine. Lui le racconta storie divertenti. Le fa domande curiose cui lei risponde prendendolo in giro. Le parla anche di Giuseppina, della figliastra e soprattutto del figlio di questa, che lui alleva come un buon nonno. Qualche volta è prodigo di complimenti.

" Non mi farai mica la corte?"

" Tu che dici?"

"No, non voglio che la signora Giuseppina abbia il minimo cruccio per colpa mia, che poi è solo colpa tua."

Arrivano fasci di orchidee. Non c'è che dire, Giorgio non guarda a spese. Arriva un biglietto scritto in inglese : " Long ago and far away I dream a dream one day, and now is here, Laura, near you ...." C'è qualche svarione, pazienza. Arriva anche lui. Deve discutere un progetto di libro con Craveri, sul periodo in cui facevano parte del servizio segreto della V Armata Alleata . Vede Craveri, ma vede soprattutto Laura.

Dopo qualche sera si baciano sul divano di casa.

" Sapevamo fare di meglio allora" - dice lei. Lui si applica.

" Ho sentito un ormone fare una capriola " - mormora Laura.

Giorgio era in un periodo grigio della sua vita. Aveva lasciato venti anni prima la moglie e i due figli per unirsi alla signora Giuseppina, una ricca commerciante di borse. Era indubbio che Giorgio fosse un donnaiolo, ma Giuseppina era stata per lui una cosa seria. Mi raccontò che quando le telefonò per la prima volta per invitarla a cena lei gli disse: "Era ora!" e, arrivati al caffé, si era alzata, aveva aggirato il tavolo e l'aveva baciato.

Poi, dopo tanti anni di convivenza, voleva essere sposata. Giorgio non era d'accordo: gli andava bene così. Troppe complicazioni; divorziare, risposarsi. Ci fu una rottura. Si separarono in casa, nella villa di Giuseppina c'erano tre appartamenti: uno lo abitava lei, uno la figlia, nell'altro andò ad abitare Giorgio. Le pagava anche un buon affitto. Si frequentavano con gli amici, ma ognuno a casa propria.

Giorgio trovava conforto nel nipotino che la figlia di Giuseppina aveva avuto da single. Era diventato un vero baby sitter", anche troppo, la sua vita era scandita dagli orari del bambino.

Quando cominciò la nostra storia, i viaggi di Giorgio sempre più frequenti a Roma, Giuseppina iniziò a preoccuparsi. Un giorno, dopo averlo accompagnato in macchina alla stazione, mise delle cimici nel suo alloggio. Quando ascoltò la telefonata che mi fece al ritorno a Rimini, lo buttò letteralmente fuori di casa, mobili compresi. Lo seppi a notte fonda da Giorgio, ormai finito in albergo.

Giorgio si spostò a Cesenatico, in un piccolo pied a tèrre sul porto. Avrebbe voluto vivere con me. Io non ero pronta. Era "fiero" di me. Mi presentava agli amici. Ne aveva molti. Era stato medico primario in vari ospedali di città emiliane. Con lui mi ripresi la campagna, cosa che non succedeva da cinque anni. Gli piaceva molto, sapeva aggiustare la casa e coltivare l'orto. Non guidava la macchina. Aveva procurato troppi incidenti, gli era stata tolta la patente. Quandoera solo in campagna le mie amiche erano felici di portarlo in auto dove lui volesse. Era amato da tutti quelli che lo conoscevano. E non perché regalava vino e mance, spesso quello venivano rifiutate. Era colto, una cultura un po' all'antica. Scriveva bene, gli piaceva farlo. Ricevevo molte lettere.

In dicembre, a un anno dal nosrtro ritrovarci, scoprì di avere un tumore al cervello. Ho avuto anch'io un tumore al seno. Sono ancora qua. Sono passati venti anni. Per lui passarono solo due mesi.


(Laura Iris Zoffoli)



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L'articolo sul Resto del Carlino


Famiglia



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Genitori

Fratelli

Marito

Figli

Massimo Boffa
Alessandro Boffa






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Testo di "Memorie dal comunismo"







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